Sabato: dopo il sogno

L’amore che tutti nutriamo (almeno in linea di principio) per i nostri simili non deve farci dimenticare che anche tra i mostri e gli extraterrestri più diversi da noi possono esserci delle ottime persone. È uno degli insegnamenti fondamentali della FS, e la presente antologia ne costituisce una luminosa conferma. Incontrate un Orco sull’autostrada? Niente paura, anzi affidatevi a lui; vi farà vincere alle corse. Per la schedina del totocalcio consultate invece l’extraterrestre Ir; e quanto agli abitanti di Lyssar-lV o ai misteriosi uomini X, anche loro, tutto sta a saperli prendere.  Ma attenzione anche a non cadere in un eccesso di fiducia. Tra i nostri dissimili ce n’è uno – o meglio, ce n’è una – che potrà farvi fare una fine spaventosa.
 
(I nostri dissimili – Autori vari, Urania N. 537, Aprile 1970)

Copertina

Contrariamente al solito, quel sabato mi svegliai piuttosto presto. Non dovendo andare a lavorare, e non essendo costretto a mettere la sveglia, in genere mi svegliavo molto tardi, verso le nove e mezzo o dieci. Qualche volta mi capitava anche di destarmi alle undici passate, ma non quel giorno.

Era uno di quei fine settimana che passavo a Roma, invece di andare a casa. La mia regola, che mi ero imposto senza nessun particolare motivo, era che trascorressi un fine settimana sì e uno no a casa, a Ravenna, dove avevo la mia famiglia. Questo voleva dire che, ogni quindici giorni, il venerdi mattina già preparavo la valigia, che poi mi trascinavo in ufficio. Da lì, a fine giornata, andavo direttamente alla stazione Termini per prendere il primo treno utile per Bologna, dove passavo poi la notte a dormicchiare in sala di aspetto. In attesa del locale che mi portasse a Ravenna, non prima delle 6 del mattino successivo. Ripartenza poi la sera della domenica da Ravenna, per rientrare a Roma in tempo per l’orario di ufficio; dove giungevo stremato dopo una notte insonne sul treno.
Quel sabato invece era appunto uno di quelli che mi potevo permettere di passare a fare niente.

Qualche volta, dopo essermi lavato e vestito, ciondolavo fino al bar davanti alla stazione di Labaro, dove abitavo, per fare colazione. Poi tornavo in quel buco umido, che chiamavamo pomposamente appartamento, ma che in realtà era costituito da una sola stanza più un minuscolo bagno, dove mi abbandonavo ai miei hobby, in attesa di andare in trattoria per completare la mattinata. Strimpellavo la chitarra, come facevano un po’ tutti i ragazzi, oppure semplicemente ascoltavo i gruppi rock che cominciavano a prendere piede in quegli anni, tipo Led Zeppelin, Black Sabbath o Deep Purple, dove c’erano fior di chitarristi che la chitarra la sapevano suonare decisamente meglio di me.
Per ascoltare a tutto volume la mia musica preferita utilizzavo un mastodontico lettore di cassette portatile che, essendo esso un divoratore instancabile di batterie, mi ero ingegnato a modificare per poterlo alimentare attraverso un più economico alimentatore di rete.
Mi arrangiavo con l’elettronica, ed ero arrivato anche a combinare un marchingegno con cui avevo elettrificato la mia chitarra acustica per poterne sentire il suono attraverso le cuffie collegate al lettore di cassette. Mi mancava solo un adeguato distorsore per ricreare veramente l’effetto “chitarra elettrica”, ma la mia incapacità col plettro compensava in modo naturale. Quante volte mi sono impegnato sull’attaco di Smoke on the water. Inutilmente, certo.

Un’altra mia passione, forse la principale, era il disegno; per cui passavo ore intere, perdendo ogni cognizione del tempo, a scarabocchiare instancabile. Non avendo grande liquidità, e non credendo realmente nel mio talento, ritenevo uno spreco di soldi l’acquisto della carta da disegno e delle matite idonee. Perciò mi adattavo a disegnare su fogli da fotocopia utilizzando una matita HB, il tutto fregato in ufficio, e con una cartella rigida per documenti a fare da supporto, nella mancanza totale di un tavolo adeguato (la nostra era sostanzialmente solo una camera da letto con un paio di brande).
Il mio tema preferito erano gli studi di nudo, rigorosamente femminili. Avevo appena vent’anni e nessuna scuola artistica dietro le spalle. Il soggetto inizialmente era sicuramente stato suggerito più dagli ormoni che dall’arte, però col tempo mi accorsi che, per imparare a disegnare bene, serviva un approccio più distaccato e, alla fine, disegnavo un nudo con lo stesso coinvolgimento emotivo con cui disegnavo un albero. Quanti “alberi” ho disegnato in quel periodo.

A tutto questo poi andava aggiunta anche la mia passione per la lettura, che non era certo secondaria agli altri interessi, tanto che il pavimento della stanza era normalmente cosparso di libri più disparati; da quelli di fantascienza ai romanzi russi ai fumetti di Tex Willer. Qualunque cosa scritta con caratteri latini la leggevo.
Di lì a poco avrei anche imparato a leggere l’arabo, mentre da piccolo avevo cercato di decifrare il cirillico con qualche risultato, devo dire.

Per tornare a quel giorno, praticamente il sabato era dedicato agli hobby o alla lettura, mentre la domenica andavo di solito a gironzolare per Roma. Per questo il lunedì mi potevo presentare in ufficio in maniera più umana del lunedì precedente.
Insomma, anche se ero sempre solo in questi fine settimana, non mi mancava il modo di passare il tempo.

I colleghi, coi quali dividevo le spese dell’appartamento, nei fine settimana rimanevano fuori in missione oppure preferivano andare direttamente a casa. Usavano l’appartamento solo saltuariamente, quando dovevano rientrare in ufficio per un fine missione o per consegnare dei lavori. Io ero quello che sfruttava di più la stanza in virtù del fatto che lavoravo in ufficio, mentre gli altri erano sempre fuori.
In realtà anch’io all’inizio di questo impiego lavoravo, come si usava dire, “in campagna”, cioè in missione fuori sede. Però ebbi la sfortuna di non legare con un collega che, esasperato, arrivò a dire alla Direzione: “O me o lui!”.
Io ero appena stato assunto e devo ammettere che ebbero un po’ di compassione; invece di licenziarmi mi dirottarono al laboratorio, dove c’era bisogno di una persona che facesse analisi di durezza su campioni d’acqua, nell’ambito di un grosso lavoro che sarebbe proseguito per qualche anno. Poi si sarebbe visto.

Così mi accordai con Michele per dividere con lui le spese di un appartamento. Michele era la persona la quale andava in giro nei vari siti di indagine a raccogliere i campioni di acqua che poi io dovevo analizzare. Per consegnare i campioni rientrava spesso a Roma e aveva bisogno perciò anche lui di un punto dove appoggiarsi. Successivamente a noi due si aggiunsero anche altri, ma solo in maniera saltuaria. Tranne uno naturalmente, sul quale avevo posto un aut aut, visto che mi voleva far licenziare.

Ero da qualche mese in questa situazione, quando mi svegliai quel sabato mattina.

Non ci fu nessun motivo particolare che mi svegliò, semplicemente aprii gli occhi. E non erano nemmeno le sette. Il mio tentativo di riappisolarmi fallì subito quando mi resi conto che avevo appena fatto un sogno.
Non era un sogno strano o un incubo particolare, ma era uno di quei sogni che, pur non presentando nessuna situazione straordinaria (compatibilmente con la straordinaria ordinarietà dei sogni), ti lascia uno stato d’animo evanescente che ti segue poi per tutta la giornata. Una sorta di euforia sottile che ti fa sentire diverso; più coinvolto da sentimenti inafferrabili.
Nonostante appena sveglio non ne fossi consapevole, me ne ricordai subito, perché, quando chiusi gli occhi per cercare di riprendere sonno, mi trovai avvolto dalle nebbie di quel sogno con il disperato desiderio di continuarlo, ma contemporaneamente agitato da una forte palpitazione che mi impediva di riaddormentarmi.

Con gli occhi chiusi avevo il sentore di qualcosa di bello che mi fosse accaduto, ma di cui non avevo già più coscienza. Sapevo solo che era un sogno a colori. Ed erano colori bellissimi.
Pare che non tutti sognino a colori, ma ripensando a quel sogno devo dire che  questi soffrono di una grave limitazione.

Non riuscendo a riprendere sonno, rimasi sul letto, con le braccia dietro la nuca, a fissare la macchia di umidità sul soffitto. Con la mente svuotata di ogni pensiero, ma con un senso di rilassatezza e di pace che di lì a poco, e per diversi giorni, avrei smarrito con sgomento.

Frammenti delle immagini del sogno cominciarono ad apparirmi, frammezzati a pensieri più prosaici: il lavoro, Michele, la colazione, l’ufficio…
!
Il pensare all’ufficio mi permise di fissare una scena del sogno. Cominciavo a ricordare… C’era un mercato… Non c’entrava nulla con l’ufficio, però me lo ricordava. Era un mercatino… di antiquariato. Di quelli con le bancarelle piene di cose vecchie e strane. Un posto dove era piacevole perdersi e desiderare di possedere ogni oggetto di ogni bancarella.
Ce n’era una in particolare; … era una bancarella grande e piccola, contemporaneamente. E lì sopra, in mezzo ad altre cose polverose, c’era una pergamena arrotolata, che poi invece era piegata in quattro parti. Ero curiosissimo di sapere cosa ci fosse scritto, ma non avevo il coraggio di allungare la mano e prenderla.
Tutto attorno a me i miei colleghi di ufficio mi salutavano e mi facevano i complimenti, ma io non riuscivo a vederli in viso. L’atmosfera era di euforia e serenità.

La macchia sul soffitto sembrava roteare, mentre sentivo lo scatto secco della sveglia che segnalava il momento di alzarsi nei giorni quando dovevo andare al lavoro, ma che nel fine settimana mi guardavo bene dall’attivare. Perciò faceva quel tock sordo invece di squillare, quando la lancetta dell’ora passava sopra a quella più piccola della suoneria.

Cercai di concentrarmi di nuovo sul sogno. La pergamena… i colleghi, la pergamena… una delle segretarie… Anche lei non riuscivo a vederla in viso, però mi era vicina e mi trattava con una familiarità che nella realtà non c’era. Mentre gli altri cercavano di distrarmi, lei invece mi tirava per una manica, come per invitarmi a prendere quella pergamena. Era Franca che, così facendo, mi diceva anche di chiedere l’autorizzazione a Chiara, l’altra nostra segretaria, per avere la pergamena tutta per me. Senza l’autorizzazione di quest’ultima non avevo speranze.
C’è da dire che in realtà Chiara era una ragazzina assunta da poco meno di un anno e che dipendeva direttamente da Franca, la quale era invece la segretaria ufficiale della compagnia ed era anche una gran bella ragazza. Contrariamente a Chiara che invece era piuttosto ordinaria.

Subito dopo, Franca diventava Chiara e mi autorizzava senz’altro. Anzi, cercava di convincermi che non potevo rinunciare ad un pezzo così raro del Rinascimento, e lo diceva con la bocca troppo vicina al mio orecchio. Nello stesso istante mi mostrava il contenuto, pur senza dispiegare la pergamena.
Vedevo distintamente che si trattava di una specie di disegno astratto dai colori smaglianti; macchie e pennellate di nero, blu e rosa antico si sovrapponevano in trasparenze cromatiche mai viste che mi affascinavano.
Nell’ambito del sogno trovavo assolutamente normale che un dipinto astratto fosse interpretato come rinascimentale. Con una pergamena, magari egizia, a fare da supporto.
Cercavo di spiegarlo a Chiara, ma lei già non mi degnava più. Dall’altra parte della bancarella Michele allargava le braccia come a significare: “te lo avevo detto, io”, mentre Chiara si allontanava da me tenendo il broncio. Ratti, il capo contabile, più in là si strofinava le mani, come al solito, e ridacchiava.

Questo è stato il sogno come me lo sono ricordato in quel momento. Niente di particolare, non ricordo neppure se poi ho afferrato o meno la pergamena. Nessun messaggio onirico da interpretare; nessun afflato erotico; nessun incubo. Solo il maledetto ufficio che mi perseguitava anche durante la notte. E, nonostante tutto, un sogno molto bello.

A quei tempi credevo anche nei sogni premonitori quindi mi ripromisi di fare un salto quanto prima alla Galleria Nazionale di Arte Moderna, dove ero certo avrei ritrovato il dipinto. Intanto mi crogiolavo nella dolce sensazione di aver vissuto una esperienza indimenticabile e non volevo alzarmi dal letto per la paura che la vita quotidiana mi strappasse definitivamente alla mia illusione. Quel giorno vedevo il noioso ambiente dell’ufficio in maniera completamente diversa.

Con svogliatezza decisi infine di tirarmi su dal letto. Contrariamente al solito non mi sentivo particolarmente in vena di dedicarmi ai miei vari interessi. Avrei voluto che fuori, sul piazzale antistante la stazione, ci fosse veramente un mercatino dell’antiquariato; mi sarei accontentato anche di un semplice raduno di rigattieri, pur di provare a rivivere le sensazioni del sogno. Naturalmente nessun mercatino c’era mai stato a Labaro e certo non cominciavano proprio quel sabato per farmi un piacere.

Una volta lavato e vestito uscii di casa per andare a fare colazione.

Come temevo l’aria fresca del mattino e la monotonia della realtà fecero svanire le ultime tracce del sogno. Però questo tipo di sogni è piuttosto insistente e basta un nonnulla per farci coinvolgere di nuovo nella sua atmosfera. Così quando vidi due ragazzotte camminare davanti a me, non so per quale filo logico, mi tornarono in mente Franca e Chiara e la pergamena. Franca, contrariamente al primo ricordo, mi guardava ora da lontano con espressione complice e mi faceva cenni con la mano che non riuscivo ad interpretare. Chiara invece mi stava alle spalle e mi parlava, sempre in un orecchio,  in una lingua ignota che però capivo benissimo, pur non ricordando ormai nulla di ciò che mi aveva detto. Però sembrava importante.

Al bar dove feci colazione c’era una coppietta molto concentrata su se stessa e per un attimo provai un po’ d’invidia. Un’invidia che capii derivarmi dal sogno, anche qui tramite un collegamento logico di difficile interpretazione. A pensarci bene, se avessi dovuto cercare di descrivere l’atmosfera del sogno, avrei potuto anche definirla come un senso di affettuosità diffusa, e la vicinanza fisica delle due segretarie contribuiva ad un certo imbarazzo pudico. Forse alla fine un fondo di erotismo c’era, sia pur molto mascherato.
Probabilmente il sogno non c’entrava, o forse sì, ma in quel momento, nel vedere quella coppietta, mi venne il dubbio che il mio subcosciente stesse in qualche modo cercando di comunicarmi qualcosa. Qualcosa che aveva a che fare con le donne in generale, qualcosa che mi mancava e di cui sentivo l’urgenza. Tipo la necessità per me di farmi, come tutti, una ragazza.
Infatti io una ragazza non ce l’avevo ancora. E questo era motivo di amichevole derisione da parte dei colleghi. Michele in testa.

Ad onor del vero il sogno non aveva scelto i soggetti più adatti. Franca era sì una splendida ragazza, bionda, esile, dolce, ma aveva il difettuccio di essere anche la ragazza di Gianni, il capo dei disegnatori, che non era proprio il tipo da prendere con leggerezza; a parte il fatto che era da me classificata non più tra le ragazze, ma tra le donne, avendo già quattro o cinque anni più di me. Quindi fuori portata da eventuali ed assai  improbabili velleità da parte mia. Chiara era invece mia coetanea, forse un anno o due più giovane, però era anche piuttosto lontana dal mio ideale di bellezza femminile.

Come aspirante pittore ero molto sofisticato nelle mie valutazioni estetiche e se una ragazza non rientrava in pieno nel mio canone non la degnavo per niente. Franca rientrava in effetti abbastanza nel mio canone (a parte l’età), Chiara invece era fuori, a cominciare dai capelli che non erano biondi e mossi, ma corvini e lisci, con un viso piuttosto spigoloso, mentre io lo prediligevo rotondo e morbido, e una leggera gobba sul naso che strideva col naso leggermente all’insù dei miei disegni; infine un corpo non slanciatissimo seppur esile. L’unica cosa che le salvavo erano gli occhi azzurri che in mezzo a quei capelli neri non passavano inosservati.

Altre ragazze in ufficio non ce n’erano; erano tutte donne decisamente anziane, avendo tutte più di 25 anni, e non erano certo delle bellezze. Insomma se volevo farmi una ragazza dovevo cercare da tutt’altra parte. Checché mi dicesse il sogno o il subcosciente.

Decisi quindi d’impeto che avrei iniziato subito ad impegnarmi, passando questo fine settimana a fare una cosa che avrei dovuto fare da tempo: cercarmi una ragazza.

In verità in questa decisione, non così rapida come volevo illudermi fosse, c’era anche la responsabilità dei miei colleghi. Era da un po’ di tempo che il mio “non stato” sentimentale sembrava interessare un po’ tutti. Le allusioni, le battutine o le bonarie prese in giro erano sempre più frequenti e a poco serviva giustificarmi con il tirare in ballo una presunta ragazza che mi aspettava a Ravenna. Soprattutto considerando che avrebbe dovuto essere proprio una santa a sopportare il fatto che andassi a trovarla solo ogni quindici giorni.
Purtroppo la realtà dei fatti era che una ragazzina a Ravenna c’era effettivamente stata, ma si era trattato di un rapporto che nessuno dei due aveva saputo gestire. Quando, finita la scuola, partii per Roma finì anche la nostra immatura relazione, lasciando però a me tutta l’immaturità e anche il conseguente spaesamento.

Per quanto fosse piuttosto incongruente con la mia scelta di andare a casa ogni due settimane, vivevo la vita a Roma come un intervallo, mentre la “vita vera” si riduceva a quei quattro giorni al mese che passavo a Ravenna. A casa.
C’era voluto un sogno per svegliarmi e farmi pensare che forse la vita vera era qui a Roma, mentre a Ravenna era rimasta la mia adolescenza.
Adesso però ero deciso a cominciare a vivere davvero, e per vivere è meglio essere in compagnia che da soli.

Tornai a dare un’occhiata alla coppietta nel bar. Lei era assolutamente un tipo insignificante. Nonostante fosse seduta si capiva che era piuttosto tarchiatella e aveva anche un brutto naso schiacciato. Non che il mio fosse da meno, ma col naso degli uomini ero molto tollerante. Sarà anche vero che l’amore è cieco, ma nel mio caso non riusciva a confondermi le idee. Io ci vedevo benissimo e una come quella non l’avrei mai degnata. C’era chi si accontentava, io no. Come ho detto io ero molto sofisticato nei miei gusti, ma Roma era tanto grande.

Uscito sul piazzale mi recai all’edicola dove comprai il giornale che cominciai subito a sfogliare appoggiandomi ad un palo pubblicitario. C’era in prima pagina il resoconto dettagliato della positiva conclusione, avvenuta il giorno prima nell’Oceano Indiano, della missione Apollo 13, che seguivo con apprensione da quando lo stesso giornale titolava a piena pagina: Stanno cercando di tornare a casa!

Ogni giorno divoravo il quotidiano, completamente partecipe di quella sventurata missione e il sapere che ce l’avevano finalmente fatta mi rincuorò e mi fece anche ricordare la mia passione per lo spazio e la fantascienza. Il che mi indusse a tornare all’edicola per acquistare pure l’ultimo numero di Urania, la cui copertina sembrava arrivare a fagiolo per un artista come me in cerca di una fidanzata. Rappresentava infatti una donna nuda color antracite e con una gran criniera aliena di colore rosso. “I nostri dissimili” era il titolo.

Sapevo già che le mie ambizioni amorose sarebbero state rimandate al giorno dopo; una intensa lettura mi attendeva.

Questa voce è stata pubblicata in Bruno, Bruno: primo giorno, Primo giorno. Contrassegna il permalink.

55 risposte a Sabato: dopo il sogno

  1. Bruno ha detto:

    Uffa, che fatica questo editor 😦

  2. Marty ha detto:

    Ora sono in giro…nn vedo l ora ma qui nn vedo bene.. Sai gia’ che ti riempirò di commenti.. E intravedo un certo Bruno….

  3. Marty ha detto:

    Sono per ora all attacco di smocke on the water… Quando ho sistemato il piatto dei vinile e Didi l ha ascoltata mi ha detto ” mammaaaa alza il volume!! Fooorteee” !

  4. gabriarte ha detto:

    mi piace e non ci sono errori. Si vede che tu sei partito avantaggiato rispetto alle sottoscritte,per ora ti valuto a parimerito con Ariel Ketty e Marty darò una mia opinione andando avanti con la lettura.Se non sbaglio quando io iniziai a raccontare descrivendo il percorso che dovevo fare per arrivare al lavoro ,.tu mi rimproverasti perchè uscivo dal regolamento , come potevi sapere che rischiavo di uscire dalla trama?Quello è stato per me il primo ostacolo che mi ha fatto deviare e mi ha indirizzato sul regolamento che tu hai già in testa. buona notte e mi raccomando, sogna a colori, mi piace poi come li racconti

    • Bruno ha detto:

      Nego assolutamente di aver mai rimproverato chicchessia, al massimo posso aver puntualizzato 🙂
      Non ricordo comunque la cosa nei termini in cui la descrivi.
      Nel primo capitolo c’era un problema legato al fatto che Bruno dialogava con Michele (cosa non permessa) e lo faceva anche fuori ambientazione (anche questo non permesso). Però non c’erano problemi ne’ di trama, ne’ di percorso.
      Nella seconda giornata ti ho avvertito (non rimproverato) del rischio di andare fuori tema perché stavi caratterizzando i personaggi in modo opposto a quanto previsto dalla trama (tra l’altro lo stesso rischio te lo aveva segnalato anche Martina), ma anche che eri libera di procedere come meglio credevi. 🙂

  5. Martina ha detto:

    la DIDI apprezza eccome…infatti ha detto alza perchè la conosce e la sua amica la suona a lezione di chitarra!!…ora scarico le foto e i filmati di un Tizio Rock… e intanto leggo… sempre che mi tieni sveglia!! 🙂

  6. Martina ha detto:

    per la prima lettura faccio come i prof per non montarti la testa 🙂 quindi niente stellina x ora!
    Il tuo scritto è affascinante come tutti i tuoi post… anche i più tecnici.
    Ovviamente non puoi avantaggiarti in espressioni usando le faccine 🙂

    Ti faccio un piccolo appunto x ora: peccato il tempo al passato. Quando lo leggo a volte mi sembra che non suoni la nota giusta.
    Ma forse sono soltanto molto stanca.
    Mi riprometto domani di leggerlo con più calma.
    Bravo. Ti do 10 per esserti messo in gioco.
    Baciotti

  7. ariel ha detto:

    Come Marty mi ha colpito subito ..mi e’sembrato ,forse sbagliando ,di capire che e’obbligatorio l’uso del tempo presente?

    • ariel ha detto:

      per quanto riguarda lo scritto e’come tu sei ordinato coerente lineare …un po’pedante?questo il rischio dei razionali…. 😀

  8. Bruno ha detto:

    Interessante considerazione. 🙄
    Nessuno ha parlato mai dell’obbligatorietà di un determinato tempo, anzi. Essendo il racconto del protagonista in prima persona è più razionale ( 😳 ) il tempo al passato. L’uso del presente si addice di più ad una cronaca in diretta che non alla narrazione di fatti già accaduti.
    Tra l’altro, proprio per questo motivo, l’uso del passato rende il lettore più partecipe e tutto il racconto più intimo (che sarebbe la mia ambizione). A parte la possibile confusione che potrei aver fatto tra l’uso del passato prossimo e quello remoto (ci sta, altroché se ci sta 😦 ), credo che questo sia il motivo per cui stona: il coinvolgimento del lettore obbliga le lettrici donne ad entrare nella psicologia del maschio per vivere la storia, e questa è una difficoltà. L’uso del presente avrebbe permesso invece l’osservazione dei fatti dall’esterno, rimanendo donne. Io voglio invece che il lettore/lettrice SIA il protagonista, non che OSSERVI il protagonista. Naturalmente non è detto che ci riesca.

    @Ariel: se ci sono solo dei passaggi che trovi pedanti fammeli pure notare perché li possa modificare. Se invece è l’intera narrazione ad esserlo, ohibò, posso solo sperare di migliorare strada facendo (il primo capitolo in genere è sempre quello più ostico).

    • gabriarte ha detto:

      una malizia interesante che non conoscevo infatti io ho scritto al presente.Che sottili sfumature ci vogliono non solo per scrivere ma per leggere!! Una curiosità ma quanto tempo ci vuole per leggere un libro e imparare a raccogliere queste piccole ma importanti sfumature??

      • Bruno ha detto:

        Credo che il trucco stia nel non limitarsi a pensare “questo libro mi è piaciuto, quest’altro no”, ma a chiedersi “perché questo libro mi è piaciuto e quell’altro no?”

  9. Martina ha detto:

    dammi tempo che arrivo. Sia col perchè e il per come e foorse anche col romanzo. E’ metà sul foglio e metà nella testa… ho tutto…meno il finale 😦
    da domani dovrei essere più in on… kyz & Paranoid 🙂

  10. Martina ha detto:

    Eccomi.
    Non ho detto che il “passato” come tempo non si poteva usare ho detto soltanto che ogni tanto mi suona come nota stonata. che so…uscii…volli… insomma è il suono che mi stride ma nell insieme non si nota. So bene che al passato si può “giocare” di più col racconto e potrebbero aumentare i ricordi (che ti ricordo che sono vietati 🙂 ) Detto ciò i passaggi non è che sono pedanti…
    Secondo me, lo scrittore è un Bruno che ancora si sta misurando, non ha tirato ancora fuori la grinta e il carattere a cui ci ha abituate… Leggero…intrigante…vivace…pignolo…accattivante…mai noioso…SoRpReNdEnTe… ma sono sicura che non tarderà ad affacciarsi alla finestra…ora sta prendendo le misure.
    Sempre secondo il mio modestissimo parere!
    provo a tornare alla mia bozza per vedere se va avanti…
    un abbraccio.

  11. Bruno ha detto:

    Infatti non rispondevo a te, rispondevo ad Ariel 😛

  12. Martina ha detto:

    uff tutti i mei aggettivi buttati li come coriandoli.. 😦
    😛

  13. Bruno ha detto:

    Ariel ha problemi a postare qui i suoi commenti, riporto quanto ha scritto sull’altro blog e la mia risposta (magari interessa a qualcuno 😉 )
    Scrive Ariel:

    L’impressione e’di una presentazione ordinata del personaggio ,c’e’un elenco dettagliato dei suoi interessi di dove vive con chi
    di Chiara dichiarazione d’intenti storia passata delle sue emozioni sentimentali ecc…ecc…mi piace di piu’scoprire Bruno attraverso lo snodarsi dei capitoli ..mi sembra che tu abbia voluto mettere tutto ben in evidenza subito chi sono cosa faccio dove vado…un po’di mistero mi piace di piu’! e’personale si capisce,, 😀 .. mi sa che dovro’rivedere i tempi del poco scritto mi ero convinta di dover usare solo il presente 😦

    • Bruno ha detto:

      Hai perfettamente ragione, ma è una cosa voluta e vale solo per il protagonista. Il fatto è che,come ho detto, vorrei il lettore calato completamente nel protagonista e quindi deve essere cosciente di tutti gli aspetti caratteriali e ambientali. Non sarebbe facile per te lettrice immedesimarti “subito” nel protagonista senza sapere chi sei e dove ti muovi, anche in considerazione del fatto che ci sono solo sette giorni a disposizione.
      Non vuole essere la cronaca in differita delle vicende di un certo Bruno, ma vuole essere la narrazione di un ricordo di Ariel/Bruno.
      Per usare un paragone cinematografico tu prediligi le zoomate all’indietro (dal dettaglio all’insieme) mentre io ho scelto in questo caso una zoomata in avanti (dall’insieme al dettaglio) che si svilupperà in sette giorni.
      Naturalmente tra il dire ed il fare… è facile annegare 😉

  14. Martina ha detto:

    ehmmm
    cmq… una lunga descrizione e non intravedo” il racconto della trama”… 😛 prrr
    Bravo Bruno!!
    e ora devi fare come con i quadri…
    guardarlo da un altra angolazione…magari da uno specchio… 🙂

  15. Martina ha detto:

    ah ma,,, allora tu hai le preferenze!!
    rispondi solo ad ariellll 😛
    prrrrrrr
    notte

  16. ariel ha detto:

    ridete ridete io qui sgobbo….e non so neanche fare una faccina affaticataaaaaa!!!!!….uffa….

  17. Martina ha detto:

    E quindi?
    Io sono in sciopero ma…leggo volentieri.
    Bye

  18. gabriarte ha detto:

    peccato!! non si legge più!! sono già finiti i racconti? iniziare e poi continuare dopo tanto tempo cercando di riprendere quella che era l’idea iniziale secondo me, falsa un pò il racconto . E’ come iniziare un quadro e abbandonarlo per tanto tempo, quando lo riprendi, non lo vedi più come l’hai visto la prima volta a meno che non lo riproduci .Tutto bene Bruno?? Lascio i miei saluti a tutti a presto ciaooooooo

  19. Martina ha detto:

    no cara per quanti mi riguarda ho tutto nella testa…devo trovare il modo di isolarmi …

  20. Martina ha detto:

    cmq…prima aspetto quello di bruno!

  21. Bruno ha detto:

    Il grande progetto mi pare sull’orlo del naufragio 😦
    Vediamo come va dopo la pausa estiva, ma in pratica io, che non dovevo nemmeno partecipare, dovrei essere l’unico a scrivere, mentre un’altra aspetta e una terza legge. 😮
    … e non ho nemmeno una stellina di incoraggiamento 😥

    • gabriarte ha detto:

      Sei il maestro!!! leggendoti imparo. E poi , io ho già concluso. Male,ma sono l’unica che ho rispettato le regole. Ti pensavo ancora in ferie?? Bentornato aspetto di leggere la seconda parte ciao buona serata

  22. Martina ha detto:

    capisco il dispiacere per le stelline… non dirlo a me che me la sono data da sola una volta! 🙂
    sai bene ke sto aspettando il seguito per il premio!!
    Le regole sono così arzigogolate che le ha raggirate persino il maestro!
    questo spazio ha bisogno di emergere altrimenti diventeremo solo dei feisbukari.
    nello scritto, nella lettura ma soprattutto nella condivisione di ogni pensiero …
    quello che msn riusciva a tirare fuori e qui non si riesce-
    baciotti

  23. Bruno ha detto:

    Questa storia delle regole comincia un po’ a stufarmi. 👿

  24. gabriarte ha detto:

    volevo lasciarti un’altra stellina

  25. arielisolabella ha detto:

    il mio Bruno sta pensando di suicidarsi insieme a Chiara e il cane!!!…….. 🙂

  26. Martina ha detto:

    SCUSA MA HO VISTO SUL TELEFONO DUE RACCONTI DI KETTY…HO TROVATO UN ATTIMO TRANQUILLO PER LEGGERLI DA CASA E NON CI SONO…SAI CHE FINE HANNO FATTO? NON è CHE LA MONELLA LI HA GIà NASCOSTI???

    PS: MONELLA TIRA FUORI LA CAMICIA DI CANNELLA!!!

    • Bruno ha detto:

      Li ha cancellati perché purtroppo erano fuori tema 😦

      • Marty ha detto:

        Uff poteva lasciarli negli stimoli… Io quasi ci sono. E’ che ho la mamma a casa in questo periodo e nn mi e’ facile salire in soffitta..( La soffitta mi ispira…i giochini di fb sn giu dalla Didi ) Sono decisa a terminare il progetto anche solo x il gusto di farlo… Anche fuori tema..anche..! Ma posso già pubblicare gli altri sul mio blog? Così tanto per nn lasciarlo dondolare nel mare…

        • Bruno ha detto:

          Eh purtroppo no, non poteva. Stimoli ospita (dovrebbe ospitare) appunto “stimoli” alla discussione/interpretazione, suggerimenti su come scrivere, non pagine di narrativa. L’unica voce di menu possibile era quella degli Incompiuti che però si riferisce a pagine non terminate del romanzo, mentre Ketty invece si sta impegnando in un racconto tutto suo, senza nessun aggancio col tema di questo blog.

  27. Martina ha detto:

    mannaggia! spero che con l ultimo mio capitolo riesci a trovarlo l aggancio 😦 io non so neppure come andrà a finire 🙂

  28. Martina ha detto:

    ahaha hai messo l immagine del libro… mi colpisce il decentocinquantalire 😦 manco un caffè.
    anche io avevo scattato una foto per il mio racconto ma non sono sicura che si possa pubblicare 😦

  29. Martina ha detto:

    Mercoledì 29 aprile.
    Domenica 26 aprile 1970 Apollo 13 torna a casa…e tu leggi il giornale il sabato?? Qualcosa non torna 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...