Martedì: la dimenticanza

La notte la passai dormicchiando senza voglia, così la mattina dopo mi alzai un po’ rintronato e assente. Non era il problema di Chiara ad agitarmi, ma uno stato di insoddisfazione generale. In fondo il non essere riuscito a combinare niente il giorno prima non è che mi fosse dispiaciuto del tutto. La verità era che non avevo realmente voglia di impelagarmi in una faccenda che mi ero architettato da solo, così, senza un vero motivo che non fosse probabilmente la noia. O la mia stupidità.

Mi ero costruito tutto un teorema che mi sembrava ormai come una specie di caccia al tesoro, senza trovare alla fine una vera motivazione nella ricerca. Anche perché l’oggetto che mi ero scelto non era proprio il massimo che mi potesse suscitare entusiasmo.
Mentre me ne stavo ciondolante sulla banchina, in attesa del treno che mi portasse al lavoro, le mie fantasie già erano disordinatamente orientate verso altri lidi: la mia musica, la fantascienza, i miei disegni. Quando però il treno mi si fermò davanti al naso fu come un muro che sbattesse contro i miei pensieri. Ero in procinto di salirci sopra su quel treno e questo voleva dire che presto avrei varcato la porta di quell’ufficio e che lì ad attendermi oltre la soglia avrei trovato Chiara. Inamovibile e concreta, al contrario della volatilità che aveva nella mia mente. Sapevo di doverla affrontare, ma non ero già più tanto sicuro del perché.

Durante il tragitto cercai di concentrarmi su altri pensieri, ma, mentre guardavo fuori dal finestrino, vedevo scorrere le facce ammiccanti dei colleghi, quasi si dessero il turno dietro il vetro a ricordarmi che non era un mio teorema ciò che mi assillava, ma una situazione reale ben precisa. Io potevo anche ignorarla, ma loro sarebbero stati sempre lì ad indicarmela.

Il cielo quel giorno era plumbeo e questo mi procurava un senso di svogliatezza generale che mi intorpidiva la mente. Non avevo voglia di andare al lavoro. Non avevo voglia di trovarmi davanti Chiara, Franca e tutti gli altri. Non avevo voglia di mettere in fila tutte quelle stupide provette, scrivere tutti quei numeri che solo i grandi capi pareva sapessero interpretare. Non avevo voglia di cercare scuse per invitare Chiara a mangiare una pizza. Non avevo proprio voglia di andare in pizzeria.

Mi strinsi nelle spalle, mentre il treno rallentava in prossimità dell’arrivo. Certamente non era il momento migliore per pensare alla pizza, visto che avevo appena fatto una abbondante colazione.
Sorrisi tra me a questa riflessione e con un sospirone mi alzai. Afferrai la mia borsa da lavoro e mi incamminai lungo il corridoio, mentre il treno fermandosi mi faceva traballare vistosamente.

Una volta sceso mi accodai al fiume di persone che si dirigevano tutte verso Piazzale Flaminio. Dovevo strascicare i piedi per tenermi al passo degli altri passeggeri e non rischiare di urtare i calcagni di quanti mi precedevano verso l’uscita dalla stazione, anche se, a dire il vero, non mi sarebbe dispiaciuto cadere addosso alla ragazza che mi stava davanti. Intendiamoci, non era una bellezza, ma era comunque un tipino che avevo già addocchiato nello scendere dal predellino.

Il suo passo era nervoso e agitato mentre cercava di fendere la calca, ma non riusciva a penetrarla nonostante tentasse di avanzare di fianco, con la borsetta a tracolla girata dietro la spalla e l’altro braccio a incunearsi tra le persone.
Fu forse quella borsa così imprudentemente lasciata indietro o il sincronismo del movimento di quei quattro che mi allertò.
Infatti, come arrivassero contemporaneamente dai quattro punti cardinali, un gruppo di ragazzotti mi superò velocemente e si incollò attorno all’ignara preda a simulare una calca ancor più ossessiva di quanto già non fosse.
In un primo momento pensai ad un tentativo di palpeggiamento di gruppo, ma il mio occhio puntato verso la borsetta notò che il più allampanato dei quattro aveva già una mezza mano dentro.
Ero vicino e poco lucido. Semplicemente gli sferrai un pugno secco contro il braccio.
Lo colpii proprio appena sotto la spalla, dove si innesta il muscolo, e dovetti fargli piuttosto male perché lo vidi piegarsi un attimo sulle ginocchia, emettendo una specie di guaito, mentre si affrettava a tirar fuori la mano dalla borsa.
Tenendosi il braccio colpito si girò verso di me con sguardo più stupefatto che adirato e cominciò ad inveirmi contro, mentre i suoi compari lo circondarono subito a protezione guardandomi in maniera torva e cominciando anche loro a blaterare ad alta voce.
Io ero praticamente in trance. Mentre con la sinistra tenevo la mia borsa a mo’ di arma contundente pronta a colpire, con la destra mi limitavo a sbandierargli davanti alla faccia il dito indice teso, ripetendo la stessa frase come in un disco inceppato: “Occhio… Polizia! … Occhio… Polizia!”.
Attorno a noi si fece subito un capannello di persone attirate dal casino scoppiato improvvisamente. Anche la ragazza, sentendosi strattonare la borsa, si era girata a guardarci stringendosela al petto.
Uno dei quattro alla fine si voltò verso gli altri e tirò leggermente la giacca del più lungo, che continuava a tenersi il braccio dolente e a protestare. Si scambiarono un’occhiata fugace e poi cominciarono lentamente ad indietreggiare verso l’uscita, proseguendo ad inveire nei miei confronti mentre testardamente io, per troppa paura, continuavo la mia cantilena “Occhio… Polizia! … Occhio… Polizia!” e facevo loro segno col dito.

Le persone che mi circondavano presero a chiedermi cosa fosse successo ed io, con le gambe che mi tremavano e la bocca impastata, indicavo la borsa della ragazza senza riuscire a spiccicare una parola.
Qualcuno mi posò paternamente una mano sulla spalla e si curvò verso di me a chiedermi se avevo bisogno di qualcosa e se stavo bene. Sventolai la mano aperta a rassicurarlo che sì, stavo bene e riuscii finalmente a dire cosa stava succedendo.
La ragazza della borsa spalancò gli occhi nell’apprendere che era lei al centro della disputa e mi si avvicinò con la bocca aperta quasi a chiedere ulteriore conferma.
La gente attorno cominciò a commentare animatamente. Qualcuno mi diede delle pacche sulle spalle e un signore azzimato e con sottili baffetti volle stringermi la mano. Io gigioneggiai più di quanto avessi veramente voluto di fronte a tanti complimenti, mentre la ragazza mi stava davanti con aria estasiata e incredula, senza parlare.

Quando la gente cominciò a sfollare le chiesi se nella borsetta c’era ancora tutto. Solo in quel momento si risvegliò dal torpore e si mise a frugare ansiosamente all’interno. No, c’era tutto; non mancava niente. Finalmente mi sorrise grata.
“ Se non fosse stato per te..” disse.
“Figurati” risposi io “l’avrebbe fatto chiunque.”
Proruppe in una risatina isterica.
“Certo, certo. E come no!” disse guardandosi attorno un po’ schifata. “Come ti posso ringraziare?” chiese poi.
“Non mi devi ringraziare. L’importante è che tu non abbia perso niente.”
“No, sembra di no. Però ti posso almeno offrire qualcosa al bar?”
Considerando che solo in quel momento le mie gambe cominciavano a stabilizzarsi pensai che in fondo un caffè mi sarebbe stato di conforto.
“Non devi sentirti in obbligo” mi schermii “però un caffè in effetti non mi dispiacerebbe”
Lei mi fece un gran sorriso e prendendomi sottobraccio mi trascinò fino al bar di Piazzale Flaminio, raccontandomi nel frattempo un po’ della sua vita e scordandosi di chiedere della mia.

Mentre sorseggiavo il caffè bollente lei cominciò ad agitarsi e a scalpitare, come la prima volta che l’avevo vista scendere dal treno, e dopo aver girato più volte nervosamente la testa verso il piazzale si congedò all’improvviso perché il suo bus stava per partire e lei aveva già perso quello precedente.
Al momento di salutarmi mi ringraziò nuovamente più volte e contava di rivedermi ancora, considerando che facevamo la stessa tratta sul treno ogni mattina.
Non la rividi più, ma in ogni caso, riflettevo finendo il caffè da solo, non era il mio tipo. Troppo agitata, fianchi troppo larghi, bassina e due occhi slavati in un viso grazioso, ma insignificante. All’improvviso gli occhi azzurri di Chiara mi sembrarono un termine di paragone minimo a cui qualunque ragazza doveva sottostare per suscitare il mio interesse. Per paradosso nemmeno Chiara riusciva a superare il suo proprio test. Aveva gli occhi giusti nel viso sbagliato. Peccato.

Infilai le scale che portavano all’ufficio facendo i gradini due a due come al solito. Spalancai il portone di ingresso ed entrai con decisione.
Ero in ritardo e il piccolo atrio era già deserto. Solo le due segretarie mi guardarono sbigottite quando con gesto plateale spalancai le braccia e piegai un ginocchio verso terra.
“Ta Da! Davanti a voi” declamai “ci sta l’intrepido paladino delle fanciulle in difficoltà”
Le due ragazze si scambiarono uno sguardo interrogativo poi Franca sorridendo della scena mi chiese: “Cosa ti è successo?”
Facendo finta di alitarmi sulle unghie mi avvicinai a loro indolente e cominciai a narrare la vicenda che mi era accaduta. Infiocchettandola un pochino.
Incuriosita Franca fece il giro della sua scrivania per avvicinarsi e sentire meglio, mentre Chiara rimase seduta a guardarmi stupefatta col naso all’insù. Franca ad un certo punto si girò verso la porta dell’amministrazione e l’aprì infilando dentro la testa e dicendo: “Venite a sentire cosa è successo stamattina a Bruno.”
L’atrio in breve si riempì di persone che volevano sapere. Anche il grande capo, che aveva la stanza vicino all’amministrazione, sentendo tutto il chiasso dei commenti era uscito e stava in mezzo agli altri ad ascoltare la vicenda che io ormai cominciavo a ripetere per l’ennesima volta, aggiungendo sempre più dettagli.

Chiara per un po’ seguì la storia tenendo le mani in grembo, poi cominciò lentamente a riordinare il piano della sua scrivania, infine, messa una carta copiativa tra due fogli, li infilò nel carrello della macchina da scrivere e cominciò piano a battere sui tasti.
Quel rumore suonò come la campanella di fine ricreazione. Lentamente ognuno ritornò alle sue occupazioni. Il grande capo tornò nel suo antro e si richiuse silenziosamente la porta dietro le spalle. Rossella, con gesto plateale, mi prese la testa fra le mani e mi stampò un bacio sulla punta del naso. “Grazie a nome di tutte noi, fanciulle indifese” disse, suscitando l’ilarità generale. Fosse stata più attraente e più giovane avrei spostato il naso quanto bastava per farle sbagliare mira.
Anche Gianni si avvicinò a me e simulò di darmi un grosso cazzotto proprio sulla spalla. Sorrideva e mi sembrò mi guardasse con occhi diversi dal solito.

In breve rimanemmo nuovamente in tre, io e le due segretarie. Franca tornò alla sua scrivania e Chiara ironicamente mi si rivolse: “Forse è ora che il nostro eroe torni al lavoro, adesso.”
Sorridendo le puntai contro un dito e dissi: “Tu ce l’hai con me.”
Lei mi rispose con una smorfietta, mostrandomi un pezzettino di lingua tra le labbra sottili.
Con esagerato finto stupore mi rivolsi a Franca: “Ce l’ha con me!”
“Eh, già” rispose “ma non sai perché.”
In quel momento ero troppo gasato e gongolante per essere prudente, quindi mi spinsi un po’ oltre il confine di sicurezza.
“Invece lo so” dissi a mia volta con una smorfia.
“Allora diccelo” replicò Franca di rimando, diventando seria.
Quella richiesta così esplicita, mi fece rinsavire, e dovevo badare anche alla mia salute perché c’erano diversi oggetti contundenti sulla scrivania di Chiara. Così su due piedi trovai una risposta escamotage, che pur affermando il vero evitava di affermarlo, e risposi veloce: “Per quella cosa a cui tu in questo momento stai pensando.” E ridendo mi allontanai, un po’ troppo precipitosamente, lungo il corridoio, diretto al laboratorio.
Dietro di me sentii la voce di Franca protestare per quella che a suo dire non era una risposta, mentre Chiara borbottò qualcosa che non riuscii ad afferrare.
Ma io in fondo la verità l’avevo detta, anche se Franca non ne era consapevole.
“Fanciulle in difficoltà, sapete dove trovarmi.” dissi ad alta voce.
Mi rispose una pernacchia dalla sala disegni ed entrambe scoppiarono in una risata.
Quella cristallina di Chiara mi piaceva.

Quando fui di nuovo tra le mie provette ero pervaso da un senso di euforica soddisfazione. Non tanto per la vicenda occorsa, che già sbiadiva nella mia attenzione, quanto piuttosto per l’impressione di avere in un certo senso abbattuto un muro nei confronti di Chiara. Quella piccola schermaglia, fatta per scherzare, rendeva ora più facile un approccio. Franca non avrebbe alzato le antenne se mi fossi avvicinato a Chiara più del solito, ma avrebbe partecipato anche lei al gioco. Ed io sapevo come usare quel gioco per indurre Chiara in maniera assolutamente naturale ad accettare una pizza. Eravamo, come dire, più in confidenza ora.
Sorrisi tra me e me. Prima di sera avrei riportato l’argomento su quella frase, tu ce l’hai con me, e l’avrei usata come esca per tramutarla poi alla fine nell’argomento principale. La dolce Chiara, come la chiamava Chiodini, stava per avere un grossa delusione. Ma era a fin di bene.

Ero talmente sicuro della mia idea che passai tutta la mattinata a fare analisi e grafici senza pensarci ulteriormente. Il mangiacassette diffondeva nel laboratorio le canzoni di Joe Cocker e dei Bee Gees, che io accompagnavo canticchiando sottovoce, mentre scuotevo a ritmo le provette per provocare la schiuma che indicava il grado di durezza dell’acqua. Si fece ora di pranzo che neppure me ne accorsi.
Misi a posto gli ultimi campioni, spensi il mangiacassette e, continuando a fischiettare l’ultima canzone udita, mi diressi verso l’uscita per andare a mangiare.

L’atrio era vuoto. Erano già tutti usciti, ma la cosa non mi procurò particolare delusione. Certamente quel giorno mi sarei aggregato volentieri. Ero la star, avevo argomenti di conversazione a differenza di molte altre volte quando facevo scena muta, non essendo assolutamente coinvolto dai soliti discorsi di lavoro.
In ogni modo era meglio così. Gli argomenti di conversazione era meglio tenerseli per la pizza.
Mentre scendevo in strada una vocina, in un angolo remoto del cervello, cercava di farmi notare la stranezza del fatto che anche Franca e Chiara fossero già uscite a pranzo, perché loro erano sempre le ritardatarie del gruppo che raggiungevano quando gli altri erano ormai quasi a tavola.

Come sempre acquistai un panino ed una birra consumandoli durante la lettura del giornale. Più che gli avvenimenti politici ero interessato ai resoconti dell’avventura dei cosmonauti dell’Apollo 13, di cui si cominciava ad avere qualche informazione più dettagliata. Per quanto fossi tra coloro i quali parteggiavano per l’URSS nella corsa allo spazio, subivo il fascino di una tecnologia che aveva permesso di salvare tre vite umane pur in una situazione assolutamente imprevista e non studiata in addestramento.

Terminato il panino tornai correndo in ufficio perché aveva cominciato a piovigginare, tenendo il giornale sulla testa per ripararmi. Gli altri non erano ancora rientrati e mi soffermai un attimo di fronte alla scrivania di Chiara ad osservarla. Era particolarmente in ordine, contrariamente al solito.
Chiara era un po’ la schiavetta dell’ufficio e tutti si rivolgevano a lei per ogni minima incombenza, per questo la sua scrivania era sempre disseminata di carte varie ed appunti. Franca era meno disponibile in questo senso e teneva a bada con autorità chiunque si azzardasse a pretendere cose che poteva benissimo svolgere da solo. Lei era la “Capa” della segreteria ed il suo carattere ben si conciliava con quello di Gianni che era invece il “Capo” dei disegnatori.
Sulla spalliera della poltroncina di Chiara c’era un lungo capello nero, quasi invisibile. Fui tentato di afferrarlo per osservarlo da vicino, poi rinunciai sembrandomi una cosa stupida e mi diressi verso il laboratorio per finire di leggere il giornale mezzo bagnato.

Dopo poco tempo un confuso vociare mi avvertì del rientro della banda da pranzo. Rizzai le orecchie per percepire la voce di Chiara, ma inutilmente. La porta chiusa mi impediva di distinguere le voci.
Sorrisi tra me al pensiero di cosa si fossero detti a proposito della mia avventura. Sicuramente ero stato l’oggetto principale di conversazione, visto che di solito parlavano di cose piuttosto noiose. Mi sarebbe piaciuto conoscere il vero parere di Chiara, che non era certo quello un po’ acido della mattina.

Ci ripensai alla mattina. Chissà perché non si era mostrata così interessata come gli altri? Non voglio dire che fosse sembrata indifferente o infastidita, il suo era stato un atteggiamento scherzoso, però leggermente contrariata sì. Poi ripensai allo scambio di battute con Franca. Come sempre arrivavo secoli dopo a capire le sue allusioni.
Ce l’aveva con me per quale motivo? Non mi sembrava di aver fatto nulla di particolare ultimamente. Per quanto mi sforzassi di ripercorrere gli avvenimenti degli ultimi giorni non mi veniva in mente nulla. Forse era solo frustrata dalla mia disattenzione.
Però anche lei non è che facesse tanto per attirare il mio interesse. Se ne stava lì a lavorare a testa bassa; quando capitava mi trattava esattamente come gli altri; non mi faceva domande o discorsi particolari; non cercava nemmeno di truccarsi un po’ per sembrare più carina.
Per quanto amante della fantascienza io ancora non riuscivo a leggere nel pensiero.

Il pomeriggio si trascinò nella solita routine. Porte che si aprivano o chiudevano, il telefono che squillava, gente che entrava dal portone di ingresso per qualche appuntamento, chiacchiere lungo il corridoio, le macchine da scrivere che ticchettavano incessantemente.

In realtà quel pomeriggio mi sembrò piuttosto tranquillo rispetto ai soliti standard. Non c’era un gran lavoro di battitura e solo dopo qualche istante realizzai che il rumore delle macchine era quasi assente. Solo qualche ticchettio sporadico. E a pensarci era da un po’ che non sentivo neppure la voce di Chiara.
“Accidenti” pensai “Le gira proprio storta oggi”
Se solo avesse immaginato che stavo per invitarla fuori si sarebbe ringalluzzita subito. Era anche vero però che la serata era destinata a metterla di nuovo di cattivo umore.
Cominciai a dubitare che fosse la giornata giusta per quell’invito. Se già non le girava per conto suo avrei avuto difficoltà a farglielo accettare. Avrei dovuto insistere; si sarebbe illusa e poi… zac! La mazzata.
Dovevo indagare.

Non cercai scuse come il giorno prima, mi infilai sicuro per il corridoio. Forte della mia aureola di eroe appena conquistata non avevo bisogno d’altro.
Arrivato all’angolo delle scrivanie rimasi spiazzato dalla scena che mi si presentò. Franca alla sua postazione stava sottolineando alcune frasi su un foglio e non mi badò, ma la scrivania di Chiara era nella stessa situazione in cui l’avevo vista al rientro da pranzo. Anche il capello nero era ancora nello stesso punto.
Mi accorsi allora che non c’erano neppure il soprabito e la borsetta. Chiara non era in ufficio.
Era uscita certo per andare in banca, era uno dei suoi compiti. Però la banca al pomeriggio era chiusa. Allora la posta. Anche lì però ci andava alla mattina, mai al pomeriggio.
Rivolsi istintivamente uno sguardo interrogativo a Franca che nel frattempo si era accorta della mia presenza. Lei chinò leggermente la testa di lato e mi sembrò di vederle un sorrisino beffardo sulla bellissima bocca, ma non mi disse nulla.
Indicai impacciato la scrivania vuota.

“Dov’è la dolce donzella?” chiesi nel tono di continuare la sceneggiata del mattino. “Ero venuto a vedere se aveva bisogno di aiuto”.
Ridacchiai.
Franca si lasciò andare sulla spalliera della poltroncina e incrociò le braccia.
“Bruno, da quant’è che sei qui con noi?” chiese con impazienza.
“Boh, non saprei esattamente. Intendi da quanto tempo sono assunto o da quanto sono qui in sede?”
“Qui, in sede. Da quanto ci conosci?”
“È quasi un anno che sono qui in punizione” dissi con tono lamentoso e scuotendo energicamente la testa a sottolineare l’ingiustizia della cosa.
Anche lei scosse la testa, ma come a significare che ero proprio senza speranza.
“Ti trovi così tanto male con noi due, povere fanciulle indifese?” chiese con sguardo teatralmente languido.
“Meno male che ci siete voi, altrimenti a quest’ora mi ero già suicidato.”
Lei sorrise lusingata.
“Comunque tu non mi sembri tanto indifesa” aggiunsi indicando col pollice la sala disegno dietro le mie spalle.
“Intendi per Gianni? Beh, me la caverei benissimo anche da sola”
“Non ne ho mai dubitato” accondiscesi, con un po’ troppa sudditanza.

Rimanemmo in silenzio per un attimo entrambi.
“Dovresti sapere ormai come stanno le cose” riprese poi lei canzonandomi.
La fissai senza comprendere.
Alzò gli occhi al cielo disperata e poi tornò a puntarli su di me. Erano begli occhi azzurri, ma anche lei non avrebbe passato il test Chiara.
“Lo sai sì che Chiara è una studentessa lavoratrice?”
“Beh, sì. Lo so.”
“E allora lo sai che il martedi pomeriggio non lavora perché deve seguire il corso di studio”
Chiusi gli occhi alzando il viso al soffitto. Che stupido! Era vero. Chiara seguiva dei corsi serali, ma il martedi faceva eccezione proprio perché quel giorno l’orario prevedeva anche una sessione pomeridiana.
Tornai a guardare Franca annuendo sconsolato. Ripresi però subito il controllo della situazione e nel girare i tacchi per tornare al mio posto dissi: “Vabbé, la salverò un’altra volta”
“Bravo.” rispose lei.
Ero a metà del corridoio quando la voce di Franca mi raggiunse di nuovo.
“Ma avevi bisogno di qualcosa?”
Non era da lei questa premura. Se uno aveva veramente bisogno chiedeva; se uno non chiedeva significava che non aveva bisogno.
“No, no.” risposi “Mi volevo sgranchire un po’ le gambe. Ero solo venuto per fare lo stupidino”
“E mi è riuscito bene” aggiunsi ridendo.
“Non sai quanto” replicò lei.

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15 risposte a Martedì: la dimenticanza

  1. gabriarte ha detto:

    il primo resta per me il capitolo migliore, anche se tutti, sono scritti molto bene. forse, è una mia opinione , il dilungarsi fa perdere un pò la vivacità del racconto. Sei però molto agevolato!! Per noi donne diventa difficile pensarla come un uomo. Ciaoooo

    • Bruno ha detto:

      Il mio vuol essere un racconto intimista e d’atmosfera, quindi la vivacità non è un mio obiettivo, ma il dilungarsi sì perché vorrei che ogni singola descrizione avesse un senso e non solo il finale della storia che già conoscete.
      Sulla difficoltà a pensare come un uomo credo che influisca più che altro il fatto di tendere a considerare Chiara il reale protagonista, mentre invece il protagonista è Bruno.

  2. Martina ha detto:

    Invece questo capitolo secondo me è il più bello. C’è un Bruno più reale, scherzoso e fresco.
    Insomma rispecchia di più ciò che di solito scrivi, che mi fa riflettere o sorridere o incazzare. Insomma sei più in campo che in panchina. Ci son più dialoghi checchè tu ne dica rendono Bruno più concreto. I suoi pensieri sono più scorrevoli e riesce a raccontare questa tipica giornata di lavoro che a volte nel bel mezzo della noia o la stanchezza si riattiva e rivitalizza!
    Già nel capitolo precedente c’erano degli schizzi che preannunciavano il cambiamento e qui si è visto e…. per me è un Sì…. 🙂 mi sei arrivato… 🙂 e il racconto è nelle tue corde….! Avanti così!!!
    (senza apostofo)!!

  3. Martina ha detto:

    sei proprio un uomo oh! ti rigiri sempre la frittata… 😛

  4. kettyblue ha detto:

    Ad essere sincera, anch’io credevo che fossi CONTRO i dialoghi… per questo capitolo MOLTO BELLISSIMO!

    • Bruno ha detto:

      Maddai 😳
      Comunque per te e Martina, cito: “personalmente non amo la tecnica di usare i dialoghi (spesso sotto forma di monologhi) per sbrigarsi a descrivere delle situazioni che invece dovrebbero comportare una scrittura più complessa e più lunga.
      Mi sembra chiaro che non ce l’ho coi dialoghi; ce l’ho coi dialoghi che vengono usati forzatamente per descrivere delle situazioni. Suonano artificiosi e spesso diventano pedanti monologhi. I dialoghi secondo me devono essere parte della situazione, non descriverla. È l’autore che deve descrivere le situazioni, non il personaggio.

  5. MartinaMartina ha detto:

    Sì hai ragione.
    Sai che succede? quando inizio a vedere che son già al 4°-5° foglio di word mi viene il panico della lungaggine e quindi tendo a trovare una scorciatoia perchè ho sempre il timore della lungaggine…dei minuti di attenzione…dei 3 foglio max di concentrazione…
    ora con il capito Fine sento che questa avventura ha quasi un anno e che mi ha tenuto compagnia e ora mi sento come quando ho lasciato la Didi al nido … ufff

  6. MartinaMartina ha detto:

    uff non ho riletto…sto commento fa…aare! e per di più si ripete grrrrrrrrrrrr

  7. arielisolabella ha detto:

    mi piace il capitolo perche’ scorre liscio pero’mi ricorda quelle portate buone ma che non stupiscono..e’difficile da spiegare …anche secondo me il primo capitolo resta il migliore questo piu’ del secondo mi appare interlocutorio un passaggio inevitabile verso una portata si spera piu’ricca gustosa e sorprendente.Bruno mi e’apparso piu’spesso e di personalita’ piu’sfaccettata all’inizio caratteristica che qui rimane in secondo piano ..prendi queste considerazioni a pelle perche’devo rileggerlo tutto!!!…pero’…….

  8. Martina ha detto:

    però…voglio sapere come vai a finire!!!

  9. Martina ha detto:

    si questo mi spiace davvero tanto… il mondo brulica di “follow” ma alla fine nessuno ci mette l’anima…

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