DOMENICA – UNA GIORNATA DA DIMENTICARE

Sul terrazzo veranda il buffet per la colazione è pronto.
Ho fame, ma non vorrei passare per cafone, anche se in realtà non si è parlato di orario di sveglia. Mi verso un succo d’arancia e controllo i tavoli. Ho fatto preparare anche un piccolo reparto di salato, nel caso qualcuno ne  gradisca anche a colazione,  e mi rendo conto di quanto poco conosca i miei colleghi. Eppure non è bastato per evitare il crearsi di illazioni e pettegolezzi che devo chiarire ed eliminare, possibilmente al più presto e con il minimo fastidio. Dovrei preparare un piano, augurandomi di riuscire poi ad attuarlo in giornata. Potrei cominciare a preparare il discorsetto: deciso, ma gentile, senza enfasi, ma con profondo rammarico; sarebbe già un buon punto di partenza.
Vediamo un po’: potrei esordire con Cara Chiara.. no, no, cara un cavolo!
Chiara, so che voci di corridoio affermano che sei innamorata di me….non ci siamo, troppo diretto.
Sai Chiara, si dice che sono innamorato di te, ma in realtà sono pettegolezzi, perché io, sono un single convinto- peggio che andar di notte, ma perché è così difficile? Forse meglio lasciar perdere il discorsetto e affidarmi al come viene viene, quando sarò riuscito a trovare Chiara da sola. Perché l’ostacolo principale è proprio la presenza costante di Franca.
Il ‘giorno’ di Francesco, scaccia  i miei maldestri tentativi.
«E gli altri?» – chiedo
«Stanno arrivando, sono svegli, si sentono voci e movimenti » – mi risponde con la solita voce pacata, mentre fa scivolare nel piatto una fetta di torta da 3000 calorie.
«Alla faccia della linea!» – commenta Franca, facendo la sua apparizione con gli altri due a seguito, e lanciandosi a sua volta sul buffet. Si serve anche lei una maxi porzione di torta, ne passa una ancora più maxi a Gianni e mugolando di piacere si inizia la giornata.
Chiara è visibilmente sulle spine, immobile come una statua di sale davanti ad un tavolo, con espressione indecisa, smarrita, come se non sapesse cosa scegliere, mentre cerca di attirare l’attenzione dell’amica  che per il momento però, è in tutt’altre faccende affaccendata.
La osservo perplesso ed irritato, diamine, con tutto quel ben di Dio, non c’è niente che l’attira? Decido di intervenire e mi avvicino:
«Qualcosa non va, dolce fanciulla?» – chiedo – «non dirmi che non c’è niente che ti piace, su questa tavola!»
«No.. Sì.. Veramente… » – mormora lei con un fil di voce – beh, io vorrei…»
«Vorrei andare a Messa» – termina Franca per lei. Finalmente la chioccia torna fra i mortali e riprende il suo ruolo.
«E fare la comunione» aggiunge  Chiara.
Stringo i denti per bloccare la fila di imprecazioni toscane che mi sono venute spontanee: e ce la faccio!
«Mi dispiace, Chiara,  per la comunione è impossibile; per la messa noi  (bello questo plurale majestatis) non siamo in grado di risponderti, però possiamo subito chiedere ragguagli alla servitù, è pane per i loro denti!»
«Io pensavo…avevo visto la cappella e..» quasi si mette a piangere e devo stringere ancora di più i denti per non esplodere.
«La cappella?? Ah, già.. c’è, ma da molti anni, ormai è solo un accessorio della villa, nessuno la usa più, ormai. Vediamo di fare qualcosa per la messa, almeno!»
È Rosa la cuoca che ci illumina: a Punt’Ala celebrano solo una messa alla sera, ma a Follonica ci sono alcune parrocchie  dove le messe vengono celebrate ogni ora, per tutta la giornata.
Con un sospiro di sollievo Chiara chiede: « Chi mi presta la macchina?»
«Scherzi?» – interviene subito Gianni – «ti accompagniamo noi, e dopo, magari già che ci siamo andiamo a fare un salutino alla Ginosta che passa l’estate giusto a Follonica. Vieni anche tu Francesco?»
«No, io rimango, non possiamo lasciar solo il nostro anfitrione.»
Meno male che qualcuno ha un po’ di rispetto! Ma faccio il generoso.
«Va pure con loro, se vuoi salutare anche tu la Ginosta. E magari anche la messa ci può stare!»
«Assolutamente no » – ribatte – «dovresti saperlo che il mio vangelo è Voltaire. E con la Ginosta non sono molto in confidenza, qualche ciao in sala professori e morta lì.»
«Allora noi andiamo,» – dice il terzetto e mi liberano della loro presenza e finalmente posso esplodere! Sono semplicemente idrofobo! Maremma puttana, mi mancava una figlia di Maria! ma sentila, sentila, la santarellina, la cappella, la messa, dove crede di essere, in Vaticano?
Francesco esita un attimo, poi fissandomi negli occhi mormora:
«Scusa se te lo dico, ma potevi proprio risparmiartela quella cattiveria!
Rimango basito, poi gli sorrido:
«Hai ragione – dico stranamente umile – non capisco perché mi sia sfuggita una simile battuta. Mi ha infastidito che si allontanasse perché – tento di rimediare – oggi volevo trovare un momentino adatto per chiarire la situazione.
«Non capisco» – replica stupito – Probabilmente mi sono perso qualcosa!»
«Ma sì, questa storia del fatto che sia cotta marcia di me. Sempre secondo voi, s’intende. Io invece sono lontano galassie e vie lattee assemblate, e vorrei farle capire che perde il suo tempo, e che volga altrove le sue mire, sempre che ne abbia e abbiate ragione voi..»
«Hai ancora un po’ di tempo, allora. Ma certo, è meglio che definisca tutto al più presto. Io però, non ne sapevo niente…»
«Tu, da bravo filosofo, stai sempre distratto » – lo sfotto…
«Non è che sono distratto, ho la testa fra le nuvole!» anche lui mi prende in giro.
Sfoglio di mala voglia il giornale, ma sono pervaso  da un disagio sottile.
«Quando torneranno?,-  chiedo al filosofo.- dovrei regolarmi per il pranzo..
Francesco esita un po’, imbarazzato, sembra indeciso se parlare o meno.
«Su, dai, sputa il rospo. Cosa altro ho fatto di storto?
«Tu niente, non si tratta di quello… Solo che se conosco la compagnia non penso li vedremo tornare prima di sera tardi.
«Stasera?
«Non sei molto intuitivo, eh Bruno? Non ti è sembrato strano che Gianni abbia preso l’iniziativa ma non ti abbia invitato? La realtà è che la Ginosta ha un suo piano, ben preciso.  Figurati se la pettegolona si perde l’occasione di spettegolare su di te. Li inviterà a pranzo, li porterà a mangiare nel ristorante di suo cugino, dove tra l’altro si mangia il miglior pesce del Tirreno, per farsi descrivere ogni particolare della tua casa. Vorrà verificare se sei un millantatore e  se le riesce il colpaccio, farsi invitare per controllare di persona. Potrei scommetterci lo stipendio di un anno.
«La conosci molto bene» – esclamo allibito
«Se scendessi fra noi comuni mortali, in aula professori ti accorgeresti di molte cose. Non ti sei meravigliato anche del fatto che Michele non sia venuto? lo ha tormentato abbastanza, per sapere, al punto che lui le ha mentito assicurandole  di non essere mai stato qua. E ben sai quanto sia difficile che Michele dica una bugia!»
Già, Michele si farebbe torturare piuttosto, è la lealtà in  persona e spesso mi meraviglia molto che sia amico mio! Non mi sono ancora riavuto dalla sorpresa che le previsioni si avverano, rimarranno a pranzo da Lei, che per altro invita anche noi due a raggiungerli.
«Che cuore tenero!» ironizza Francesco -«non vuole lasciarti solo! così pensa di riuscire meglio ad incastrarti e farsi invitare per toccare personalmente!
Figuriamoci!  piuttosto mi metto una corda al collo.
Ok, messaggio ricevuto eccomi, snobbato e in castigo dietro la lavagna. E chissenefrega!
«E noi che facciamo? – chiedo cercando di mascherare il malumore – possiamo prendere la barca e fare un giretto per le cale. L’hai mai sentita la musica di Cala Violina?» chiedo all’ospite superstite.
«No, niente barca per me, preferirei la tua biblioteca, se non hai niente in contrario. Ho già notato diversi testi interessanti!
«Vada per la biblioteca. – dico a Francesco – è tutta tua. Io invece esco in barca, ho bisogno di rilassarmi. Tu ordina quello che vuoi, per il pranzo, Rosa è a tua disposizione.» Ma prima che sparisca sulle scale lo blocco.
«Dimmi la verità.. tu la conosci troppo bene, la tipa!»
«Ebbene sì, da lunga data.. ma te ne parlerò un’altra volta!» innesta il turbo e sparisce.
 
Prendo la “barca” e mi dirigo verso Cala Violina, già invasa dai turisti. Non si potrebbe scendere, per la verità, ma le leggi sono fatte per essere infrante, e la spiaggetta pullula di seni al vento, chiappe all’aria, e altra mercanzia.
Rimango al largo, mi metto a pescare, con l’idea di farmi un bel pranzetto, e in attesa del pesce penso a Francesco, professore di filosofia e al suo strano comportamento. Mi sa che dovrò rivedere il mio giudizio, su di lui, ne sa più di quello che dimostra. Fisicamente non è certo un granché, uno di quei tipi che potrebbero tranquillamente svaligiare una banca e uscire tranquillamente dalla porta principale senza essere notato, un tipo comune, insomma. Caratterialmente siamo troppo diversi, agli antipodi direi:  io duro, intransigente, granitico, eternamente sul piede di guerra,  lui mite, dolce, comprensivo (sin troppo, non so se per indole o per influenza della materia che insegna). In ogni caso a me fa una rabbia matta.
Se è lui a dover giustificare un ritardo, accetta tutto, dal tram che non arrivava al ricovero della nonna, da un mal di pancia improvviso, alla sveglia che non ha suonato; insomma se gli dicessero “sono in ritardo perché ho aiutato una vecchietta ad attraversare la strada” non solo accetterebbe la giustifica, ma aggiungerebbe una lode per la buona azione! E naturalmente gli studenti se ne approfittano, ma se a lui la cosa scivola via, io mi imbufalisco.
 
E intanto oggi il pesce è in ferie. Anche lui è andato a Messa? Ci sono cattedrali in fondo al mar Tirreno? e qui viene spontaneo pensare a Chiara…
Già. Chissà come sono nate certe voci. Sicuramente, alla luce delle rivelazioni di Francesco c’è di mezzo la Ginori, ma da dove può essere partita quella strega? Non mi sento responsabile, ma per scrupolo ripercorro l’iter. Dunque,  Chiara è arrivata da poco più da due anni, da quando è esplosa la mania dell’inglese. Sembra che sarà la lingua del futuro, e che i rampolli torinesi non possano essere privati di tanta conoscenza, così su richiesta dei genitori, il preside ha acconsentito ad inserire anche un corso facoltativo di inglese. Non so come e perché sia stata scelta Chiara, e neppure mi interessa, so solo che adesso è qua. Sinceramente non l’ho mai guardata troppo, a volte mi fa l’impressione di un topolino mezzo affogato, altre di una povera cenerentola. Sempre ordinata, per carità, sempre dignitosa in quegli abitucci da quattro soldi, naturalmente sempre tinte neutre, mai un tocco di colore, mai un filo di trucco, e ben poche sedute dal parrucchiere. Gli occhi sono di quell’insulso color topo, i lunghi capelli neri, raccolti in uno chignon  che non valorizza certo i suoi lineamenti, le danno un’aria da istitutrice, accentuata dagli occhiali  quando è seduta al tavolo a correggere i compiti in classe. Il tutto mi mette in corpo uno strano malessere, per cui evito di guardarla. E neppure lei sembra colpevole. Non l’ho mai sorpresa a guardarmi, e oltre al solito ciao, se ci si incontrava, non faceva altro. Si era subito incollata a Franca, e non c’era altro da aggiungere.
Al tramonto rientro con una luna storta, che non basterebbero 1000 geometri per raddrizzarla.
 I tre non sono tornati, Francesco è ancora in biblioteca.
Che vadano tutti al diavolo, mi verso una doppia razione di bourbon, e vado a dormire.
Una giornata da dimenticare, colpa di quella stupida baciapile, lei la sua messa, la sua aria da santarellina, lei, l’acqua cheta che travolge i ponti.
La odio.
Quando rientrano, verso mezzanotte, neanche troppo silenziosi, faccio fatica a non alzarmi per invitarli a far silenzio.
Ma domani la faccio finita, e non so se avrò voglia di usare i guanti bianchi. Se vogliono andarsene tutti tanto meglio, io riparto immantinente per Cortina.
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Sabato : “Che fantastica storia è la vita”

Sabato…
Se, solo sabato scorso mi avessero detto che nel giro di pochi giorni avrei letteralmente stravolto l’equilibro faticosamente conquistato, se mi avessero annunciato che tutti le mie regole stilate e seguite con attenzione, insomma se mi avessero detto che il mio abc del single per scelta nonché dello scapolo impenitente sarebbe stato letteralmente intaccato,che dico intaccato, smontato, scomposto, distrutto in mille pezzi; gli avrei riso in faccia. Spudoratamente.
Mi guardo intorno rendendomi presto conto che sta diventando un abitudine. Sono disteso sul divano; ieri sera mi sono nuovamente addormentato incapace di fare un altro passo verso il letto, credo, un attimo dopo aver attivato il reclinabile della seduta.
Mi sento come sulla poltrona del dentista; lo sfondo grigio del tv è la temutissima lampada che troneggia in ogni studio … Aiuto!
Adesso no. Sono sulla comoda poltrona dello psicologo. La luce è soffusa e io penso cosa nascondere al malcapitato psicoterapeuta. La voce di Michele mi insegue anche lì… Puah! Non ho mai visto qualcuno andare dallo strizzacervelli ed uscirne avendo risolto almeno uno dei suoi problemi.
Michele ha sempre l’aria di sapere tutto di tutto. Il punto è che a volte spara delle cazzate pazzesche, ma se uno non resta più che concentrato, finisce per farle sue e oltretutto rivenderle come verità assolute.
Certo che sì. Ieri sera ho provato a contattarlo per dirgliene quattro. Ero addirittura deciso a sfidarlo a duello come gli antichi guerrieri, però poi, a ben pensarci cosa gli andavo a recriminare? Come potevo arrogarmi il diritto di esclusiva rispetto a Chiara quando io stesso ho sempre meditato un delicato allontanamento? Come minimo Michele avrebbe sfoderato la sua solita faccia da schiaffi e sicuramente avrebbe anche aggiunto “ sono o non sono tuo amico?…dovresti ringraziarmi per averti tolto le castagne dal fuoco”
Ma perché non parlarmene? Perché arrivare a mentire anzi no ‘omettere’; in effetti era solito ripetere che “l’omissione non è per forza una bugia”.
Sono in un ginepraio.

Anche se Sabato e posso prendermela comoda, devo comunque andare in ufficio e prima ho alcune faccende da sbrigare, una su tutte: la valigia.
Sollevo pigramente il mio corpo dal divano, vado verso il bagno e mentre continuo a sonnecchiare seduto bello, bello; virtualmente compilo un bel file di exel, che mi aiuterà a a preparare velocemente la valigia.
La macchina infernale canticchia allegramente. Forse è felice per la mia partenza.
La mia non è solo una fissa, è anche deformazione professionale. Ovvio che, essendo musica e spettacolo il mio campo lavorativo, mi rende più reattivo.
Sono sicuro che il meglio deve ancora venire, che oggi creerà un bel comitato di partenza.
Quindi vediamo, sono cinque giorni più due di viaggio. Dunque sono sette boxer, sette paia di calze, sette magliette, sette camice, tre completi , uno smoking, tre cinture e…insomma sì, sono piuttosto previdente, do sempre l’impressione di partire per un lungo viaggio e ho sempre il timore di scordare proprio quella cosa lì, la più importante, la più introvabile nel resto del mondo.
Sono irrimediabilmente schematico e forse mi sto perdendo la parte migliore della vita.
“….Poi sconfitto tornavo a giocar con la mente i suoi tarli….” Ecco, lo sapevo. Sarò anche fissato eppure ormai lo so: quella scatola rettangolare comunica con qualche cellula ribelle del mio cervello.
Forse dovrei mollare la presa dell’autocontrollo, forse… dovrei lasciare andare quel bambino un po’ triste che “cercava il coraggio per imitare i compagni”, che se ne stava rannicchiato tra le sue incertezze, che si immergeva nella fantasia dei suoi libri per non affrontare le gioie e i dispiaceri della vita. Dovrei fargli chiudere in un cassetto quel periodo di solitudine lasciando più spazio a ricordi più sereni e libero di lasciarsi andare a vivere la vita con tutto quello che ne consegue.
Ad ogni modo non è tutto da snobbare, in questo caso ‘la lista’ mi ha consentito di terminare velocemente la valigia, lavarmi vestirmi ed essere pronto per uscire in breve tempo.
Quasi, quasi, mi faccio un caffè al cioccolato fondente, è quello che ci vuole stamattina per coccolarmi un pochino.
Adoro questa modernità che mi fa sorseggiare un caffè squisito come poche volte ho gustato. Un aroma per ogni umore. Decaffeinato per non pensare troppo, forte per ricaricarmi, ristretto per rimanere concentrato, lungo, macchiato… l’ unica vera decisione che riusciamo a prendere bla bla bla… si, lo so mi ripeto, è un altro dei miei difetti: ripetere per convincermi, rafforzare la mia idea.
Ciondolando sullo sgabello raccolgo le idee, la testa tra le mani spero che il caffè possa finalmente schiarirmele.
Quella strega di una radiosveglia si spegnerà prima o poi! Dalla e Morandi: “…anche gli angeli, capita a volte sai si sporcano, ma la sofferenza tocca i limiti…”

Ho deciso. Niente caffè per ora. Salto giù dallo sgabello e in tre secondi son davanti alla porta, pronto per uscire: “…e così cancello tutto…e rinasce un fiore sopra a un fatto brutto”…la strega malefica continua a suonare mentre chiudo forse troppo violentemente la porta.
Gli scatti della serratura risuonano come rintocchi, i rintocchi di un campanile, avvertono che è ora, ora di fare la mia parte nella vita. I sensi di colpa sempre più prepotenti mi invadono, come morsi allo stomaco.
Chiara aveva fatto di tutto per nascondere la sua sensibilità e ci era riuscita bene. La persona intelligente, riservata e forse innamorata di me, si era sporcata a causa mia. Non l’avevo buttata io tra le braccia di Michele, ma sicuramente anche lei non era indifferente alle battutine che ci circondavano e forse aveva provato a mettere a tacere tutti a modo suo.
Chiara si era messa in gioco, aveva rischiato il disprezzo dei colleghi pur di dare una svolta alla sua vita, ad ogni costo…mentre io non ho il coraggio nemmeno di mettere il piede fuori dalla porta.
L’aria fredda del mattino è una botta di adrenalina e lo sportivo che è in me decide di incamminarsi a piedi. Avrei fatto un salto a salutare mia madre prima di partire e poi avrei preso un taxi per andare in ufficio, chissà, magari camminare mi avrebbe acceso la lampadina giusta.

L’Arco della Pace era sempre stato il monumento che preferivo. Il lungo Corso a cui si collegava, dava l’impressione che arrivasse veramente a Parigi in poche ore, così come avrebbe voluto Napoleone. L’area a traffico limitato aveva dato poi vita a tanti piccoli pub e salottini gazebo che donavano agli spazi un aria vacanziera.

Il portone si è aperto senza neppure chiedere ‘chi è’. Chissà perché le mamme sanno sempre sentire i loro figli anche semplicemente dal modo di suonare un campanello.
Salgo le scale prendendo la rincorsa, tre scalini per volta più tre passi sul ballatoio. E’ il ragazzino di sempre che sta salendo le scale.
Non appena arrivo al piano dico buongiorno alla signora col passeggino mentre lei mi saluta con un timido ciao. Resto affascinato dagli occhi di quella bambina che mi riporta in un passato remoto.
La bimba ha gli stessi occhi di Elena. Prendo fiato per dire qualcosa ma lei è già scomparsa dietro alla porta. Che incredibile sensazione. Rivedersi negli occhi di un bambino.
La mamma è già in agguato. Le pattine! Le pattine sotto le scarpe credo siano finite al museo del Vintage o addirittura dell’antiquariato ma non in casa Rossi!
Abbraccio la mia mammetta senza dire nulla, non abbiamo bisogno di parole. Si dirige in cucinino a preparare la moka e intanto canticchia mentre io giro per casa curiosando.
E’ sempre quella sensazione che il tempo si sia fermato quando ho messo il naso fuori da quella porta. Sul tavolino tra i divani ci sono sempre le cornici d’argento con le foto più singolari.
Sorrido mentre le riguardo. Ci sono io vestito da Zorro con Elena vestita da Cinesina. Ancora io e lei sul terrazzino con in mano le stelline luminose a capodanno. Oppure io e lei alle altalene dei giardini in quelle rare volte che ci portava suo nonno.
Io ed Elena ci eravamo salvati dalla solitudine. A volte sua nonna mi invitava a cena da lei e io mangiavo tutto di gusto. La mamma poi fingeva dispiacere del fatto che con lei non mangiavo nulla.
Passando alla piccola stanzetta era incredibile constatare quanto era vuota. Una scrivania un lettino una libreria piena zeppa di libri e un armadio. Nessun gioco o pupazzo che potesse testimoniare la presenza di un bambino in tempi remoti.
Lo sguardo corre verso “la scatolina nera”. Quella scatola conteneva quasi tutte le fotografie che ero riuscito a farmi sviluppare dalla mamma. In alcune mi sorprendo nel vedermi sorridere, ripercorro episodi anche simpatici e mentre le riguardo avidamente, tornano alla mente tutti i nome degli amici ritratti nelle fotografie.
Forse non era stata soltanto solitudine la mia infanzia, in fondo avevo tantissimi ricordi belli anche da bambino. Perché non accettare quel passato come un punto di partenza per la mia nuova vita e smetterla di aver paura di soffrire una volta per tutte?
Ecco, volevo smettere di soffrire proprio adesso, nel momento in cui solo nel pronunciare il nome Chiara stavo male. Male.
‘Chiara, Chiara, mentre ti sto perdendo scopro che mi sto innamorando’. Ecco lo avevo ammesso. E adesso cosa faccio?
“Allora, Bruno, come si chiama la ragazza di questo mese? Barbara mi ha detto che ti ha incrociato con una bionda platino alta quasi due metri!” la voce sorridente di mia madre mi fa sussultare nonché pensare all’ironia della sorte.
“Mamma sei ancora troppo giovane per diventare una suocera, quindi non cominciare con le tue solite domande. Curiosona!” Mentre la rimprovero il mio viso ha un sorriso per lei, sperando di non trasmetterle la mia tristezza.
“Ora devo scappare, ma ci sentiamo al telefono, così mi dici come stanno andando le serate dalla tv, okay?” detto ciò, sorseggio il caffè, poso la tazzina, la abbraccio e scappo via prima che intuisca qualcosa. Si sa, le mamme hanno il radar.

Il Sabato mattina non è giornata di gran traffico e in pochi minuti sono in azienda.
La guardia mi riconosce dal finestrino del taxi e mi sorride cordialmente.
Pago, saluto l’autista e scendo dall’auto molto lentamente. Il punto è che ormai sono convinto; questa sarà la giornata decisiva in tutti i sensi. Affronterò Chiara nel bene o nel male e partirò per San Remo sperando che la prossima settimana mi aiuti a mettere ordine nella mia vita, meglio ancora spero finalmente di convincere Chiara a partire insieme. Visto che in ogni caso Michele si è tirato indietro non c’è più motivo perché Chiara non possa venire.
Speravo anche che la notte l’avesse aiutata a ragionare e a convincersi che io ero in buona fede e per quel che riguardava Michele ero veramente all’oscuro di tutto.

Non appena metto piede in ufficio mi rendo conto che non sarà un mattina tranquilla. Ci sono un paio di post-it in cui mi si chiede l’impossibile.
Mi dirigo verso il corridoio nella speranza di trovare qualche collega che possa prendere in carico una riunione straordinaria che Franca ha spostato a questa sera dimenticando la mia partenza. E brava Franca, comunque sorrido, solo perché lei non verrà a San Remo ha perso letteralmente di vista il calendario. Dovrò darle una pettinata prima o poi.
Stranamente invece sono sereno, i miei buoni propositi mi rendono ottimista e sono deciso a rimanere di buon umore almeno fino a che non avrò sbrigliato la matassa.

La porta aperta e i neon accesi mi fanno ben sperare che in ufficio di Chiara ci sia qualcuno. Questa mattina nulla può andare storto, La mia agenda porta come priorità un confronto sereno con Chiara e se vero quanto sono testardo a costo di sbattere la testa contro il muro arriverò ad averlo. Sììì. Lo sapevo, Chiara è in ufficio, bene.
“Chiara!” esordisco con un tono piuttosto alto “ho bisogno di te”. La frase suona ambigua anche alle mie orecchie ma cerco di non farci caso.
“Ma dai?” sorride maliziosa.
Come avevo potuto attribuire quella sana ironia ad una persona acida? E come non apprezzare un carattere come il suo sempre pronto a voltare pagina, a non far mai pesare troppo scorrettezze o atteggiamenti poco cortesi nei suoi confronti. In effetti tornando alla deformazione professionale forse riuscivo a darmi una risposta creando un paragone. Chiara era come quel cantante nuovo, che all’inizio solo sentirne il suono mi dava fastidio, riascoltare la melodia mi irritava solo perché era qualcosa di stridulo, di non ancora sperimentato che alla fine emergeva con tutta la sua diversità e mi faceva arrendere all’evidenza della genialità. Reagisco all’inaspettata risposta premendo sull’acceleratore prestandomi al gioco: “sì ho bisogno della tua conoscenza della lingua” continuo come un fesso. Ormai sono talmente andato che non riesco più ad essere ciò che il ruolo dovrebbe impormi.
“Aaaaa…” sorride ancora.

E’ quel sorriso dolce e disarmante che mi fa arrendere… La freschezza della sua malizia, il fervore pronto a perorare le sue cause, le lacrime che sa trattenere a stento davanti alle scortesie, la lealtà che dimostra anche alle persone che non le piacciono, la passione in tutto ciò che affronta e che le fa illuminare il viso, l’intensità con cui si mette in gioco pur sapendo che potrebbe essere sottoposta a giudizi spiacevoli. Ora l’angolazione da cui guardavo tutta la circostanza aveva spostato letteralmente il mio punto di vista.
Chiara non era la donna dei miei sogni ma della mia realtà!
In fondo cos’e l amore se non l ‘attrazione per quella fila di aggettivi che ci sfidano, coinvolgono e portano a metterci in gioco senza timore, a stravolgere tutti i nostri piani?
Così che i capelli biondi, gli occhi azzurri, le fossette e gli stereotipi tutti che ci siamo costruiti, vengono meno davanti all’attrazione per l’ignoto. Sappiamo solo che vogliamo metterci in gioco, attratti come una calamita da questa incredibile sfida, con tutto lo slancio che sarà necessario, senza se e senza ma.
Non voglio perdermi questa fantastica parentesi che la vita mi propone. Sarò incoerente lo so, eppure sento che sono i capelli di Chiara quelli che voglio accarezzare al mattino quando mi sveglio, voglio preparare la colazione e condividere con lei quel momento, voglio litigare per chi andrà per primo al bagno e voglio sapere che alla sera sarò con lei sul divano sicuro che non mi addormenterò con i vestiti addosso. Oramai ne sono sicuro, sì.

Il sorriso di Chiara vale più di mille parole e sento che sono ancora in tempo per riconquistarla, lo leggo nei suoi occhi trasparenti che parlano di noi, Michele non è che un puntino lontano.
‘…Anche gli Angeli…capita a volte sai si sporcano… …urgenti di un amore che raggiunge chi lo vuole respirare…’ ecco il messaggio della scatola infernale!
“Chiara ascolta, ero venuto a chiederti di accompagnarmi a fare un intervista ma ora ci ho ripensato” trattengo un attimo il respiro per prendere coraggio.
“Oh…non hai più bisogno di me?” accidenti quanto sanno essere maliziose le donne quando tirano fuori le unghiette come i gattini. Ammetto che ne sono letteralmente soggiogato.
“Sì che ho bisogno di te Chiara, al punto tale che sono qui a chiederti di venire con me a San Remo. Parti con me Chiara, e non è il tuo capo che te lo chiede. E’ Bruno. Sono io che te lo chiedo Chiara” il mio sguardo è enigmatico, anche io sto giocando le mie carte, siamo in gioco per l’amore e io non voglio sprecare il mio jolly.
“Perché?” Chiara temporeggia, non distoglie lo sguardo ma sento che sta per cedere.

Perché ti amo Chiara, perché l ho capito solo ora, perché quando ci sei ti penso e quando non ci sei ti sogno, perché non riesco più a concentrarmi e la mente mi riporta sempre a te, perché sono stato un cretino a non rendermene conto e perché ora mi sento perso al solo pensiero che sia troppo tardi.
Sì questo avrebbe voluto esprimere la mia incoscienza, in uno spiraglio di lucidità però, mi rendo conto dove sono e il ruolo che ricopro nonché, il fatto che a questo punto potrei aver perso tutte le mie carte e quel poco di orgoglio che ancora mi resta mi invita ad agire con cautela.

“Se possibile vorrei rimediare agli errori che ho fatto alle umiliazioni che hai subito per causa mia e di Michele, ma non è solo questo anzi, voglio presentarti una parte di me che non conosci, un Bruno meno arrogante, magari più cialtrone ma sincero, quel Bruno che tu avevi intravisto ancor prima di me e forse quel Bruno che stavi aspettando. Parti con me Chiara e… – mi trattengo dal dirle altro – al massimo tornerai con un bel mazzo di fiori!” cerco di rendermi accattivante e di alleggerire la tensione.
“Non so che dire…” la sua voce è incerta ma i suoi occhi sono pieni di aspettative. Sì sarò anche appannato, ma sento che il mio fascino sta funzionando.
“Dì di sì e basta!” ormai spingo sull’acceleratore.
Trattiene il fiato per un minuto interminabile e quando dischiude le labbra per rispondere sono tentato di baciarla per non farle pronunciare qualcosa di spiacevole.
“ E sia!” e il suo sorriso incerto diventa radioso quando finalmente copro la spazio che ci separa con un abbraccio che le toglie il fiato.

E’ così che ci si sente quando ci si innamora? Si perde il controllo, la razionalità, la noia? Non lo so. So solo che mi sento bene, che non vedo l’ora di capirci qualcosa e allo stesso tempo completamente attratto dalle incognite.
Mi sento carico. Sono pronto ad affrontare il viaggio, a correre verso l’ignoto e lasciare tutto alle spalle.
Sarà per un giorno sarà per sempre ma non mi lascerò più vivere.
‘ La vita rischierò per viverla di più’…

FINE

Dedicato naturalmente a Bruno

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Martedì: la dimenticanza

La notte la passai dormicchiando senza voglia, così la mattina dopo mi alzai un po’ rintronato e assente. Non era il problema di Chiara ad agitarmi, ma uno stato di insoddisfazione generale. In fondo il non essere riuscito a combinare niente il giorno prima non è che mi fosse dispiaciuto del tutto. La verità era che non avevo realmente voglia di impelagarmi in una faccenda che mi ero architettato da solo, così, senza un vero motivo che non fosse probabilmente la noia. O la mia stupidità.

Mi ero costruito tutto un teorema che mi sembrava ormai come una specie di caccia al tesoro, senza trovare alla fine una vera motivazione nella ricerca. Anche perché l’oggetto che mi ero scelto non era proprio il massimo che mi potesse suscitare entusiasmo.
Mentre me ne stavo ciondolante sulla banchina, in attesa del treno che mi portasse al lavoro, le mie fantasie già erano disordinatamente orientate verso altri lidi: la mia musica, la fantascienza, i miei disegni. Quando però il treno mi si fermò davanti al naso fu come un muro che sbattesse contro i miei pensieri. Ero in procinto di salirci sopra su quel treno e questo voleva dire che presto avrei varcato la porta di quell’ufficio e che lì ad attendermi oltre la soglia avrei trovato Chiara. Inamovibile e concreta, al contrario della volatilità che aveva nella mia mente. Sapevo di doverla affrontare, ma non ero già più tanto sicuro del perché.

Durante il tragitto cercai di concentrarmi su altri pensieri, ma, mentre guardavo fuori dal finestrino, vedevo scorrere le facce ammiccanti dei colleghi, quasi si dessero il turno dietro il vetro a ricordarmi che non era un mio teorema ciò che mi assillava, ma una situazione reale ben precisa. Io potevo anche ignorarla, ma loro sarebbero stati sempre lì ad indicarmela.

Il cielo quel giorno era plumbeo e questo mi procurava un senso di svogliatezza generale che mi intorpidiva la mente. Non avevo voglia di andare al lavoro. Non avevo voglia di trovarmi davanti Chiara, Franca e tutti gli altri. Non avevo voglia di mettere in fila tutte quelle stupide provette, scrivere tutti quei numeri che solo i grandi capi pareva sapessero interpretare. Non avevo voglia di cercare scuse per invitare Chiara a mangiare una pizza. Non avevo proprio voglia di andare in pizzeria.

Mi strinsi nelle spalle, mentre il treno rallentava in prossimità dell’arrivo. Certamente non era il momento migliore per pensare alla pizza, visto che avevo appena fatto una abbondante colazione.
Sorrisi tra me a questa riflessione e con un sospirone mi alzai. Afferrai la mia borsa da lavoro e mi incamminai lungo il corridoio, mentre il treno fermandosi mi faceva traballare vistosamente.

Una volta sceso mi accodai al fiume di persone che si dirigevano tutte verso Piazzale Flaminio. Dovevo strascicare i piedi per tenermi al passo degli altri passeggeri e non rischiare di urtare i calcagni di quanti mi precedevano verso l’uscita dalla stazione, anche se, a dire il vero, non mi sarebbe dispiaciuto cadere addosso alla ragazza che mi stava davanti. Intendiamoci, non era una bellezza, ma era comunque un tipino che avevo già addocchiato nello scendere dal predellino.

Il suo passo era nervoso e agitato mentre cercava di fendere la calca, ma non riusciva a penetrarla nonostante tentasse di avanzare di fianco, con la borsetta a tracolla girata dietro la spalla e l’altro braccio a incunearsi tra le persone.
Fu forse quella borsa così imprudentemente lasciata indietro o il sincronismo del movimento di quei quattro che mi allertò.
Infatti, come arrivassero contemporaneamente dai quattro punti cardinali, un gruppo di ragazzotti mi superò velocemente e si incollò attorno all’ignara preda a simulare una calca ancor più ossessiva di quanto già non fosse.
In un primo momento pensai ad un tentativo di palpeggiamento di gruppo, ma il mio occhio puntato verso la borsetta notò che il più allampanato dei quattro aveva già una mezza mano dentro.
Ero vicino e poco lucido. Semplicemente gli sferrai un pugno secco contro il braccio.
Lo colpii proprio appena sotto la spalla, dove si innesta il muscolo, e dovetti fargli piuttosto male perché lo vidi piegarsi un attimo sulle ginocchia, emettendo una specie di guaito, mentre si affrettava a tirar fuori la mano dalla borsa.
Tenendosi il braccio colpito si girò verso di me con sguardo più stupefatto che adirato e cominciò ad inveirmi contro, mentre i suoi compari lo circondarono subito a protezione guardandomi in maniera torva e cominciando anche loro a blaterare ad alta voce.
Io ero praticamente in trance. Mentre con la sinistra tenevo la mia borsa a mo’ di arma contundente pronta a colpire, con la destra mi limitavo a sbandierargli davanti alla faccia il dito indice teso, ripetendo la stessa frase come in un disco inceppato: “Occhio… Polizia! … Occhio… Polizia!”.
Attorno a noi si fece subito un capannello di persone attirate dal casino scoppiato improvvisamente. Anche la ragazza, sentendosi strattonare la borsa, si era girata a guardarci stringendosela al petto.
Uno dei quattro alla fine si voltò verso gli altri e tirò leggermente la giacca del più lungo, che continuava a tenersi il braccio dolente e a protestare. Si scambiarono un’occhiata fugace e poi cominciarono lentamente ad indietreggiare verso l’uscita, proseguendo ad inveire nei miei confronti mentre testardamente io, per troppa paura, continuavo la mia cantilena “Occhio… Polizia! … Occhio… Polizia!” e facevo loro segno col dito.

Le persone che mi circondavano presero a chiedermi cosa fosse successo ed io, con le gambe che mi tremavano e la bocca impastata, indicavo la borsa della ragazza senza riuscire a spiccicare una parola.
Qualcuno mi posò paternamente una mano sulla spalla e si curvò verso di me a chiedermi se avevo bisogno di qualcosa e se stavo bene. Sventolai la mano aperta a rassicurarlo che sì, stavo bene e riuscii finalmente a dire cosa stava succedendo.
La ragazza della borsa spalancò gli occhi nell’apprendere che era lei al centro della disputa e mi si avvicinò con la bocca aperta quasi a chiedere ulteriore conferma.
La gente attorno cominciò a commentare animatamente. Qualcuno mi diede delle pacche sulle spalle e un signore azzimato e con sottili baffetti volle stringermi la mano. Io gigioneggiai più di quanto avessi veramente voluto di fronte a tanti complimenti, mentre la ragazza mi stava davanti con aria estasiata e incredula, senza parlare.

Quando la gente cominciò a sfollare le chiesi se nella borsetta c’era ancora tutto. Solo in quel momento si risvegliò dal torpore e si mise a frugare ansiosamente all’interno. No, c’era tutto; non mancava niente. Finalmente mi sorrise grata.
“ Se non fosse stato per te..” disse.
“Figurati” risposi io “l’avrebbe fatto chiunque.”
Proruppe in una risatina isterica.
“Certo, certo. E come no!” disse guardandosi attorno un po’ schifata. “Come ti posso ringraziare?” chiese poi.
“Non mi devi ringraziare. L’importante è che tu non abbia perso niente.”
“No, sembra di no. Però ti posso almeno offrire qualcosa al bar?”
Considerando che solo in quel momento le mie gambe cominciavano a stabilizzarsi pensai che in fondo un caffè mi sarebbe stato di conforto.
“Non devi sentirti in obbligo” mi schermii “però un caffè in effetti non mi dispiacerebbe”
Lei mi fece un gran sorriso e prendendomi sottobraccio mi trascinò fino al bar di Piazzale Flaminio, raccontandomi nel frattempo un po’ della sua vita e scordandosi di chiedere della mia.

Mentre sorseggiavo il caffè bollente lei cominciò ad agitarsi e a scalpitare, come la prima volta che l’avevo vista scendere dal treno, e dopo aver girato più volte nervosamente la testa verso il piazzale si congedò all’improvviso perché il suo bus stava per partire e lei aveva già perso quello precedente.
Al momento di salutarmi mi ringraziò nuovamente più volte e contava di rivedermi ancora, considerando che facevamo la stessa tratta sul treno ogni mattina.
Non la rividi più, ma in ogni caso, riflettevo finendo il caffè da solo, non era il mio tipo. Troppo agitata, fianchi troppo larghi, bassina e due occhi slavati in un viso grazioso, ma insignificante. All’improvviso gli occhi azzurri di Chiara mi sembrarono un termine di paragone minimo a cui qualunque ragazza doveva sottostare per suscitare il mio interesse. Per paradosso nemmeno Chiara riusciva a superare il suo proprio test. Aveva gli occhi giusti nel viso sbagliato. Peccato.

Infilai le scale che portavano all’ufficio facendo i gradini due a due come al solito. Spalancai il portone di ingresso ed entrai con decisione.
Ero in ritardo e il piccolo atrio era già deserto. Solo le due segretarie mi guardarono sbigottite quando con gesto plateale spalancai le braccia e piegai un ginocchio verso terra.
“Ta Da! Davanti a voi” declamai “ci sta l’intrepido paladino delle fanciulle in difficoltà”
Le due ragazze si scambiarono uno sguardo interrogativo poi Franca sorridendo della scena mi chiese: “Cosa ti è successo?”
Facendo finta di alitarmi sulle unghie mi avvicinai a loro indolente e cominciai a narrare la vicenda che mi era accaduta. Infiocchettandola un pochino.
Incuriosita Franca fece il giro della sua scrivania per avvicinarsi e sentire meglio, mentre Chiara rimase seduta a guardarmi stupefatta col naso all’insù. Franca ad un certo punto si girò verso la porta dell’amministrazione e l’aprì infilando dentro la testa e dicendo: “Venite a sentire cosa è successo stamattina a Bruno.”
L’atrio in breve si riempì di persone che volevano sapere. Anche il grande capo, che aveva la stanza vicino all’amministrazione, sentendo tutto il chiasso dei commenti era uscito e stava in mezzo agli altri ad ascoltare la vicenda che io ormai cominciavo a ripetere per l’ennesima volta, aggiungendo sempre più dettagli.

Chiara per un po’ seguì la storia tenendo le mani in grembo, poi cominciò lentamente a riordinare il piano della sua scrivania, infine, messa una carta copiativa tra due fogli, li infilò nel carrello della macchina da scrivere e cominciò piano a battere sui tasti.
Quel rumore suonò come la campanella di fine ricreazione. Lentamente ognuno ritornò alle sue occupazioni. Il grande capo tornò nel suo antro e si richiuse silenziosamente la porta dietro le spalle. Rossella, con gesto plateale, mi prese la testa fra le mani e mi stampò un bacio sulla punta del naso. “Grazie a nome di tutte noi, fanciulle indifese” disse, suscitando l’ilarità generale. Fosse stata più attraente e più giovane avrei spostato il naso quanto bastava per farle sbagliare mira.
Anche Gianni si avvicinò a me e simulò di darmi un grosso cazzotto proprio sulla spalla. Sorrideva e mi sembrò mi guardasse con occhi diversi dal solito.

In breve rimanemmo nuovamente in tre, io e le due segretarie. Franca tornò alla sua scrivania e Chiara ironicamente mi si rivolse: “Forse è ora che il nostro eroe torni al lavoro, adesso.”
Sorridendo le puntai contro un dito e dissi: “Tu ce l’hai con me.”
Lei mi rispose con una smorfietta, mostrandomi un pezzettino di lingua tra le labbra sottili.
Con esagerato finto stupore mi rivolsi a Franca: “Ce l’ha con me!”
“Eh, già” rispose “ma non sai perché.”
In quel momento ero troppo gasato e gongolante per essere prudente, quindi mi spinsi un po’ oltre il confine di sicurezza.
“Invece lo so” dissi a mia volta con una smorfia.
“Allora diccelo” replicò Franca di rimando, diventando seria.
Quella richiesta così esplicita, mi fece rinsavire, e dovevo badare anche alla mia salute perché c’erano diversi oggetti contundenti sulla scrivania di Chiara. Così su due piedi trovai una risposta escamotage, che pur affermando il vero evitava di affermarlo, e risposi veloce: “Per quella cosa a cui tu in questo momento stai pensando.” E ridendo mi allontanai, un po’ troppo precipitosamente, lungo il corridoio, diretto al laboratorio.
Dietro di me sentii la voce di Franca protestare per quella che a suo dire non era una risposta, mentre Chiara borbottò qualcosa che non riuscii ad afferrare.
Ma io in fondo la verità l’avevo detta, anche se Franca non ne era consapevole.
“Fanciulle in difficoltà, sapete dove trovarmi.” dissi ad alta voce.
Mi rispose una pernacchia dalla sala disegni ed entrambe scoppiarono in una risata.
Quella cristallina di Chiara mi piaceva.

Quando fui di nuovo tra le mie provette ero pervaso da un senso di euforica soddisfazione. Non tanto per la vicenda occorsa, che già sbiadiva nella mia attenzione, quanto piuttosto per l’impressione di avere in un certo senso abbattuto un muro nei confronti di Chiara. Quella piccola schermaglia, fatta per scherzare, rendeva ora più facile un approccio. Franca non avrebbe alzato le antenne se mi fossi avvicinato a Chiara più del solito, ma avrebbe partecipato anche lei al gioco. Ed io sapevo come usare quel gioco per indurre Chiara in maniera assolutamente naturale ad accettare una pizza. Eravamo, come dire, più in confidenza ora.
Sorrisi tra me e me. Prima di sera avrei riportato l’argomento su quella frase, tu ce l’hai con me, e l’avrei usata come esca per tramutarla poi alla fine nell’argomento principale. La dolce Chiara, come la chiamava Chiodini, stava per avere un grossa delusione. Ma era a fin di bene.

Ero talmente sicuro della mia idea che passai tutta la mattinata a fare analisi e grafici senza pensarci ulteriormente. Il mangiacassette diffondeva nel laboratorio le canzoni di Joe Cocker e dei Bee Gees, che io accompagnavo canticchiando sottovoce, mentre scuotevo a ritmo le provette per provocare la schiuma che indicava il grado di durezza dell’acqua. Si fece ora di pranzo che neppure me ne accorsi.
Misi a posto gli ultimi campioni, spensi il mangiacassette e, continuando a fischiettare l’ultima canzone udita, mi diressi verso l’uscita per andare a mangiare.

L’atrio era vuoto. Erano già tutti usciti, ma la cosa non mi procurò particolare delusione. Certamente quel giorno mi sarei aggregato volentieri. Ero la star, avevo argomenti di conversazione a differenza di molte altre volte quando facevo scena muta, non essendo assolutamente coinvolto dai soliti discorsi di lavoro.
In ogni modo era meglio così. Gli argomenti di conversazione era meglio tenerseli per la pizza.
Mentre scendevo in strada una vocina, in un angolo remoto del cervello, cercava di farmi notare la stranezza del fatto che anche Franca e Chiara fossero già uscite a pranzo, perché loro erano sempre le ritardatarie del gruppo che raggiungevano quando gli altri erano ormai quasi a tavola.

Come sempre acquistai un panino ed una birra consumandoli durante la lettura del giornale. Più che gli avvenimenti politici ero interessato ai resoconti dell’avventura dei cosmonauti dell’Apollo 13, di cui si cominciava ad avere qualche informazione più dettagliata. Per quanto fossi tra coloro i quali parteggiavano per l’URSS nella corsa allo spazio, subivo il fascino di una tecnologia che aveva permesso di salvare tre vite umane pur in una situazione assolutamente imprevista e non studiata in addestramento.

Terminato il panino tornai correndo in ufficio perché aveva cominciato a piovigginare, tenendo il giornale sulla testa per ripararmi. Gli altri non erano ancora rientrati e mi soffermai un attimo di fronte alla scrivania di Chiara ad osservarla. Era particolarmente in ordine, contrariamente al solito.
Chiara era un po’ la schiavetta dell’ufficio e tutti si rivolgevano a lei per ogni minima incombenza, per questo la sua scrivania era sempre disseminata di carte varie ed appunti. Franca era meno disponibile in questo senso e teneva a bada con autorità chiunque si azzardasse a pretendere cose che poteva benissimo svolgere da solo. Lei era la “Capa” della segreteria ed il suo carattere ben si conciliava con quello di Gianni che era invece il “Capo” dei disegnatori.
Sulla spalliera della poltroncina di Chiara c’era un lungo capello nero, quasi invisibile. Fui tentato di afferrarlo per osservarlo da vicino, poi rinunciai sembrandomi una cosa stupida e mi diressi verso il laboratorio per finire di leggere il giornale mezzo bagnato.

Dopo poco tempo un confuso vociare mi avvertì del rientro della banda da pranzo. Rizzai le orecchie per percepire la voce di Chiara, ma inutilmente. La porta chiusa mi impediva di distinguere le voci.
Sorrisi tra me al pensiero di cosa si fossero detti a proposito della mia avventura. Sicuramente ero stato l’oggetto principale di conversazione, visto che di solito parlavano di cose piuttosto noiose. Mi sarebbe piaciuto conoscere il vero parere di Chiara, che non era certo quello un po’ acido della mattina.

Ci ripensai alla mattina. Chissà perché non si era mostrata così interessata come gli altri? Non voglio dire che fosse sembrata indifferente o infastidita, il suo era stato un atteggiamento scherzoso, però leggermente contrariata sì. Poi ripensai allo scambio di battute con Franca. Come sempre arrivavo secoli dopo a capire le sue allusioni.
Ce l’aveva con me per quale motivo? Non mi sembrava di aver fatto nulla di particolare ultimamente. Per quanto mi sforzassi di ripercorrere gli avvenimenti degli ultimi giorni non mi veniva in mente nulla. Forse era solo frustrata dalla mia disattenzione.
Però anche lei non è che facesse tanto per attirare il mio interesse. Se ne stava lì a lavorare a testa bassa; quando capitava mi trattava esattamente come gli altri; non mi faceva domande o discorsi particolari; non cercava nemmeno di truccarsi un po’ per sembrare più carina.
Per quanto amante della fantascienza io ancora non riuscivo a leggere nel pensiero.

Il pomeriggio si trascinò nella solita routine. Porte che si aprivano o chiudevano, il telefono che squillava, gente che entrava dal portone di ingresso per qualche appuntamento, chiacchiere lungo il corridoio, le macchine da scrivere che ticchettavano incessantemente.

In realtà quel pomeriggio mi sembrò piuttosto tranquillo rispetto ai soliti standard. Non c’era un gran lavoro di battitura e solo dopo qualche istante realizzai che il rumore delle macchine era quasi assente. Solo qualche ticchettio sporadico. E a pensarci era da un po’ che non sentivo neppure la voce di Chiara.
“Accidenti” pensai “Le gira proprio storta oggi”
Se solo avesse immaginato che stavo per invitarla fuori si sarebbe ringalluzzita subito. Era anche vero però che la serata era destinata a metterla di nuovo di cattivo umore.
Cominciai a dubitare che fosse la giornata giusta per quell’invito. Se già non le girava per conto suo avrei avuto difficoltà a farglielo accettare. Avrei dovuto insistere; si sarebbe illusa e poi… zac! La mazzata.
Dovevo indagare.

Non cercai scuse come il giorno prima, mi infilai sicuro per il corridoio. Forte della mia aureola di eroe appena conquistata non avevo bisogno d’altro.
Arrivato all’angolo delle scrivanie rimasi spiazzato dalla scena che mi si presentò. Franca alla sua postazione stava sottolineando alcune frasi su un foglio e non mi badò, ma la scrivania di Chiara era nella stessa situazione in cui l’avevo vista al rientro da pranzo. Anche il capello nero era ancora nello stesso punto.
Mi accorsi allora che non c’erano neppure il soprabito e la borsetta. Chiara non era in ufficio.
Era uscita certo per andare in banca, era uno dei suoi compiti. Però la banca al pomeriggio era chiusa. Allora la posta. Anche lì però ci andava alla mattina, mai al pomeriggio.
Rivolsi istintivamente uno sguardo interrogativo a Franca che nel frattempo si era accorta della mia presenza. Lei chinò leggermente la testa di lato e mi sembrò di vederle un sorrisino beffardo sulla bellissima bocca, ma non mi disse nulla.
Indicai impacciato la scrivania vuota.

“Dov’è la dolce donzella?” chiesi nel tono di continuare la sceneggiata del mattino. “Ero venuto a vedere se aveva bisogno di aiuto”.
Ridacchiai.
Franca si lasciò andare sulla spalliera della poltroncina e incrociò le braccia.
“Bruno, da quant’è che sei qui con noi?” chiese con impazienza.
“Boh, non saprei esattamente. Intendi da quanto tempo sono assunto o da quanto sono qui in sede?”
“Qui, in sede. Da quanto ci conosci?”
“È quasi un anno che sono qui in punizione” dissi con tono lamentoso e scuotendo energicamente la testa a sottolineare l’ingiustizia della cosa.
Anche lei scosse la testa, ma come a significare che ero proprio senza speranza.
“Ti trovi così tanto male con noi due, povere fanciulle indifese?” chiese con sguardo teatralmente languido.
“Meno male che ci siete voi, altrimenti a quest’ora mi ero già suicidato.”
Lei sorrise lusingata.
“Comunque tu non mi sembri tanto indifesa” aggiunsi indicando col pollice la sala disegno dietro le mie spalle.
“Intendi per Gianni? Beh, me la caverei benissimo anche da sola”
“Non ne ho mai dubitato” accondiscesi, con un po’ troppa sudditanza.

Rimanemmo in silenzio per un attimo entrambi.
“Dovresti sapere ormai come stanno le cose” riprese poi lei canzonandomi.
La fissai senza comprendere.
Alzò gli occhi al cielo disperata e poi tornò a puntarli su di me. Erano begli occhi azzurri, ma anche lei non avrebbe passato il test Chiara.
“Lo sai sì che Chiara è una studentessa lavoratrice?”
“Beh, sì. Lo so.”
“E allora lo sai che il martedi pomeriggio non lavora perché deve seguire il corso di studio”
Chiusi gli occhi alzando il viso al soffitto. Che stupido! Era vero. Chiara seguiva dei corsi serali, ma il martedi faceva eccezione proprio perché quel giorno l’orario prevedeva anche una sessione pomeridiana.
Tornai a guardare Franca annuendo sconsolato. Ripresi però subito il controllo della situazione e nel girare i tacchi per tornare al mio posto dissi: “Vabbé, la salverò un’altra volta”
“Bravo.” rispose lei.
Ero a metà del corridoio quando la voce di Franca mi raggiunse di nuovo.
“Ma avevi bisogno di qualcosa?”
Non era da lei questa premura. Se uno aveva veramente bisogno chiedeva; se uno non chiedeva significava che non aveva bisogno.
“No, no.” risposi “Mi volevo sgranchire un po’ le gambe. Ero solo venuto per fare lo stupidino”
“E mi è riuscito bene” aggiunsi ridendo.
“Non sai quanto” replicò lei.

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SABATO – Arrivano i nostri

Il sole si è appena liquefatto nel mare, e già la pineta è preda delle ombre. Non ho un buon rapporto, con lei, e rimango indeciso se attraversarla o meno per tornare a casa. Se non fosse sabato, sceglierei la via più lunga, costeggiando la statale, ma il traffico impazzito del fine settimana mi trattiene. E dove mettiamo le invocazioni al suo buon Dio della mia colf, se mi vede arrivare da lì? Per non parlare poi della serie di rimbrotti che dureranno per ore, dei mugugni sulla sua disgrazia di dover badare ad un incosciente come me, sulle minacce di riferire tutto a mia figlia perché mi dia una strapazzata ricordandomi che alla mia età dovrei essere prudente… Che ci sono tanti pazzi in giro che guidano come pazzi appunto… (come no, c’è una coda lunga una decina di km, se la velocità arriva a 2 km all’ora è un miracolo.) E che la pineta non è esattamente il deserto di Atacama, quindi non mi perderei neppure se lo volessi . Per amor di pace, mi inoltro di malavoglia prendendo a calci le pigne ormai vuote, attribuendo la leggera tachicardia a questo giocare a calcio, ma so benissimo che si tratta di un attacco di panico.
Certo che non è piacevole vedermi come sono oggi, io Bruno Vallardi, il temutissimo professore di greco e latino, terrore degli studenti, ridotto ad un pavido vecchietto che teme la colf, la pineta, e il traffico della statale. Non ci faccio una bella figura, no, neppure un po’, e chissà come si sbudellerebbero dalle risa, i miei studenti, se lo sapessero!
Sbuco finalmente alla luce, ed eccomi a casa, la mia dolce prigione.
La mia casa, che meraviglia..… una villa stupenda, una villa come si deve, con piscina, campo da tennis, e udite udite, anche una torretta che svetta come un faro, da dove lo sguardo può spaziare fino dove permette la vista – oggi ridotta, vabbè, non ho più quella dell’aquila. Ci ho pure fatto mettere un ascensorino per non farmi venire il fiatone. E con accesso diretto al mare tramite la sopracitata pinetina, sull’esclusiva località da Vip di Punt’Ala.
La località è un’oasi di pace, pinete bellissime, spiagge frastagliate, scogliere, centro residenziale esclusivo ed il piccolo porto è destinato solo alle imbarcazioni da turismo. E vogliamo aggiungere che non mi è costata nulla? Eredità di famiglia! La villa, beninteso, non Punt’Ala, quella ancora non sono riuscito a farmela regalare dalla fortuna.
E prima che lo pensiate voi, ve lo anticipo io: bello, ricco, megalomane e pure stronzo perché non aver dovuto faticare, l’aver trovato tutto a portata di mano, non mi ha certo indotto ad essere magnanimo. E stronzo lo sono stato anche da professore; mi innervosivano i figli degli operai o dei commercianti, figuriamoci quelli dei contadini!!!! che pretendevano di frequentare il classico e volevano saperne di greco e di latino. La mia matita rossa e blu si divertiva ad infierire sui compiti di queste basse categorie, i due fioccavano dove per gli altri erano perlomeno quattro, e con un sorriso piuttosto ironico consigliavo nei colloqui ai genitori, di far frequentare ai rampolli scuole più consone al loro status, che per tagliare fette di salame e pulire le stalle non era necessario conoscere Eschilo e le tragedie greche.
Ma cosa volevano, cavare sangue da una rapa? E poi, che cos’era questa mania di far studiare i figli, di cambiare una situazione centenaria? Villano sei nato e continua a sfornare villani, plebaglia, imparate a stare al vostro posto, imprecavo tracciando segnacci rossi e blu (più blu che rossi in verità, )con una tale rabbia, da lacerare a volte il povero, ignaro foglio di protocollo. Mi sfogavo con Michele, che mi ascoltava senza commentare, e se non mi ha mai chiamato razzista probabilmente è solo dovuto al fatto che quel termine, allora, non era ancora divenuto di moda. Sì, Torino era già piena di meridionali, arrivati come formiche con le loro valige legate con lo spago, zoticoni che ignoravano ogni forma di civiltà, al punto di usare la vasca da bagno come orto, riempiendola di terra e piantandoci pomodori e insalatine, sistemare sui terrazzini gabbie con conigli e galline, ma quelli li chiamavamo terroni, e tutto finiva lì. E a me non davano fastidio, perché da bravi analfabeti, era già tanto se capivano l’italiano e per il momento ancora non erano arrivati a pretendere di mandare i figli al liceo!!!Una volta, però, ebbi la peggio, e mastico ancora amaro al ricordo…
Consiglio dei professori con presenza dei genitori. Normalmente si presentava la Torino bene, signore elegantissime, con l’aquila di Armani stampata sul sederino , e a seconda della stagioni, avvolte in morbidi visoni o fluttuanti sciarpe di seta. Ma quella volta, all’entrata, fui accolto da una terribile puzza di salame e letame. Puzza metaforica s’intende, perché accanto alle aquile di Armani sedevano due plebei, un occhialuto salumiere e un granitico contadino dall’aria bellicosa.
Quando fu il mio turno, iniziai la solita lagna, stigmatizzando la poca voglia di studiare dei diletti pargoli. Fui interrotto proprio dal contadino che mi aggredì dichiarando che sua figlia studiava molto, passava le notti sui libri, ma si lamentava per l’ingiustizia con la quale veniva trattata, perché i suoi compiti sembravano un cimitero, e pretendeva spiegazioni.
Seccato per l’interruzione, cercai di zittirlo affermando che evidentemente un cimitero doveva essere, e cercai di riprendere il discorso, ma il bifolco alzò il tono di voce, asserendo che la fanciulla, confrontando i fogli con quelli della sua compagna di banco (e altre) si era accorta che dove lo stesso errore era sottolineato sul suo compito con segnacci blu, su quelli della figlia del dott. De Paolis, tanto per citare un nome, erano semplici righe rosse. Fu allora che partì la mia reazione sul dovere di stare ognuno al proprio posto, nella gerarchia sociale e non voler cambiare i posti assegnati da Dio. Ma, se proprio volevano erudirli, potevano sempre ricorrere al seminario a fare i preti, che Dio non guardava tanto per il sottile!
Sentendo nominare Dio, scattò il prof. di Religione, Don Luigi, precisando che Dio non meritava gli scarti, e forse pensando di calmare le acque affermò che lui era contentissimo di tutti gli alunni, bravi, studiosi e rispettosi. Nella pausa che seguì a quel panegirico che non c’entrava per niente, l’occhialuto salumiere si alzò e con un sorriso beffardo disse: «Non si agiti, professor VALLARDI, noi plebe, ci accontentiamo di aver creato angeli per il paradiso. Li trasferiamo lassù, dove fortunatamente non ci sono presuntuosi laureati..» E seguito dal contadino uscì dall’aula, lasciandomi senza fiato.
«Te la sei cercata!» commentò Michele quando tutto fu finito, «dovresti smetterla con questa forma di idiosincrasia verso queste categorie!».
La mia classe tornò ad essere solo altolocata, i due vennero effettivamente ritirati.Ma torniamo alla mia casa, una volta c’erano feste, balli, bagni a mezzanotte, una volta la pineta non mi faceva paura.
E anche in quel lontano sabato di ferragosto di quarant’anni fa, i colleghi arrivano per una settimana di divertimento. Li ho invitati un po’ per esibizionismo, un po’ per noia, ma in primis per far capire a Chiara, Chiara la noiosa, Chiara la cozza, Chiara la perfettina, che con me perde tempo, e agli altri che possono smettere con le insinuazioni, che Chiara, non mi interessa proprio per niente, insomma, è terreno libero, e se la trovano tanto eccitante ci provino pure !!!
Gli altri sono Franca, Gianni, Francesco. Tutti colleghi. Franca è l’amica di Chiara, ma potrebbe benissimo essere la madre, non solo perché ha qualche annetto in più, la protegge, la coccola, fa la mamma chioccia. Gianni il suo fidanzato, invece è un tipo chiuso, piuttosto ruvido, che avrei volentieri lasciato a casa, ma non posso certo dividere due piccioncini.. È con noi solo da tre anni, e non lo conosco bene, ma neppure ci tengo a farlo.
Effetto domino: Chiara trascina Franca, che trascina Gianni.
Per la verità avrebbe dovuto esserci anche Michele, ma all’ultimo momento, ha rinunciato, negli ultimi tempi è diventato strano, si tiene in disparte, chissà, magari è innamorato! Peccato però, è il mio migliore amico, mentre Francesco è un punto a sé, e per di più, non quaglio molto con lui….
Quando li vedo scendere dalle macchine, ed entrare nel parco, ho un attimo di smarrimento e mi chiedo quale folle idea mi abbia attraversato il cervello quando ho fatto la corbelleria di invitarli. Per una intera settimana poi! Maremma ladra, perché mi sono introgolato, rinunciando alle nevi di Cortina per le zanzare di Punt’Ala?
Ma sono in gioco, ormai e facendo il più luminoso e falso dei miei sorrisi a 32 denti 32 apro le porte della mia casa.
«Eccovi, finalmente! Avete fatto buon viaggio?»
«Uffa, siamo distrutti! Un traffico, da non dire. Pensavamo di non arrivare mai…» replica Francesco.
Si affrettano a scaricare i bagagli, e li dirotto subito nelle loro camere per una rinfrescatina.
Se io sono un pentito-perplesso, loro mi sembrano disorientati, tanto che mi sorge il sospetto che abbiano accettato di venire più per controllare la veridicità delle mie descrizioni, che per divertirsi. Probabilmente hanno pensato a smargiassate, ma a tavola, con posate d’argento, cristalleria e la servitù che appare con le varie portate quando suono il campanello, ovviamente d’argento, sono in visibile imbarazzo. Per non parlare della povera Chiara che lancia occhiate disperate a Franca e sembra davvero Cenerentola.
Dopo cena, propongo una passeggiata in pineta, una partita a bigliardo, un pokerino, ma hanno tutti una fretta matta di andare a dormire, accusando stanchezza per le ore di coda.
Io sorrido, dico che comprendo, auguro la buona notte e mentre spariscono nelle loro stanze, mi accendo una sigaretta e scendo nel parco.

incomincio a pensare a cosa faremo l’indomani, a cosa devo dire a Chiara per farle capire che non mi piace per niente, che la trovo di una banalità megagalattica, che mi sembra un’orfanella con quegli abitini da quattro soldi, marca mercato, se va bene!, e che si tolga dalla testa di interessarmi.

Ma non voglio, in un attimo di generosità, ferirla troppo, devo cercare di essere diplomatico, magari inventarmi una fidanzata , un matrimonio fra famiglie, non certo d’amore ma di fusione di patrimoni, insomma un feuilleton da romanzo d’appendice.

beh insomma qualcosa troverò, in sette giorni, no?

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2011 in review

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2011 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

A San Francisco cable car holds 60 people. This blog was viewed about 3.000 times in 2011. If it were a cable car, it would take about 50 trips to carry that many people.

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Venerdì FRANCA SA TUTTO

Ho dormito poco e male; non sono riuscito a parlare con Chiara, Franca mi ha detto che Gianni aveva dovuto riaccompagnarla a Follonica. Confinato a letto, ignorando cosa diavolo stesse succedendo di sotto, sono diventato preda di un nervosismo insopportabile, calcolando che ormai era giunto il momento di tornare e non avevo concluso niente, né in bene, né in male.
Forse Francesco sapeva qualcosa di più, quindi lo chiamai, disposto a sopportare le sue geremiadi, pur di capirci qualcosa.
Arrivò con la faccia da funerale, gli occhi pesti e il solito tic nervoso di maltrattare il povero orecchio.
«Sono un uomo finito- esordì- credevo di aver finalmente realizzato il mio sogno di una famiglia, invece…»
«Ma cosa sta succedendo, giù? Franca mi ha detto che Chiara sta correndo avanti e indietro da Follonica.»
«Già, lei sa tutto, e ha detto che domani Chiara ci spiegherà. Magari indirà una conferenza stampa .» concluse con l’ironia cattiva di chi soffre e vuol farla pagare al mondo intero.
«Ma tu ci speravi proprio? insomma credevi che ricambiasse i tuoi sentimenti? »
«Beh, sì. È sempre stata così carina, disponibile, dimostrava di gradire la mia compagnia, e poi parlavamo di tante cose. A te non interessava, quindi non disturbavo nessuno». concluse con gli occhi lucidi.
Non sapevo cosa dire per consolarlo, pensavo a quando le avrei parlato e come ci sarei rimasto se mi avesse risposto picche. Povero Francesco, mi faceva pena, adesso che non lo vedevo più come un rivale, ma come un antagonista sconfitto.
«E Chiara, dov’è ora?» chiesi
«Non è ancora scesa. E tu che fai?»
«Aspetto ancora un po’ che facciano effetto i farmaci, poi scendo anch’io! figurati se voglio mancare alla conferenza stampa!» tentai di scherzare inutilmente.
Mi era tornata un po’ della mia stronzaggine, all’idea di gridare a Chiara che ero certo di amarla, anche se la situazione mi era sfuggita di mano e pareva assurdo parlare di amore in così breve tempo. eppure mi cullavo in una sensazione nuova, mi vedevo già con lei, a scuola, insegnare con occhio diverso al proletariato.
Meno supponenza, più umanità, professore!!!.
Non riuscivo più a star fermo, e lentamente mi avviai per raggiungere gli altri, sperando di trovare la mia Chiara da sola, e poterle finalmente parlare. La delusione fu forte, c’erano tutti, lei esclusa.
Franca colse il mio disappunto e mi sorrise.
«Chiara arriverà fra poco, sta finendo di preparare i bagagli».
I bagagli? alle 11 del mattino? Ma non si era deciso di partire dopo cena, per godere dell’ultimo giorno di vacanza ed evitare nel contempo il traffico caotico del rientro?
La stessa espressione di stupore la trovai stampata sul volto di Gianni e Francesco, ma visto che nessuno dei due chiese spiegazioni, me ne stetti zitto anch’io, pensando che, in fondo, la giornata era ancora lunga..

Chiara arrivò dopo mezz’ora, 30 minuti che per me ebbero il sapore dell’eternità. Era seria, ma con lo sguardo luminoso, che ci avvolse tutti come in un abbraccio.
«Vi devo parlare – annunciò con un tono solenne che non le si addiceva – Ieri è stata una giornata caotica che ha sconvolto tutti i nostri piani.
«Lo puoi buon dire» la interruppe Francesco, quasi con cattiveria, ma lei sembrò non rilevare l’interruzione. «Attendevo da tempo una comunicazione molto importante per il mio futuro, ma…
«Un trasferimento?» stavolta fu Gianni a metterci il becco.
«Insomma, volete lasciarla parlare senza interrompere? Non è facile per lei quello che deve dirci!» e così dicendo Franca si avvicinò all’amica.
Ma Francesco non aveva ancora incassato il colpo del giorno precedente e bofonchiò:
«Dirvi. Non dirci. A quanto pare FRANCA SA TUTTO!!!!!»
Lo splendido sorriso di Chiara si rifece vivo.
«Sì, Franca sa tutto da sempre. È stata la mia amica, consigliera, consolatrice, non so come avrei fatto senza di lei. Ma tornando al dunque, questa comunicazione è arrivata con qualche giorno di anticipo e sono costretta a rientrare subito a Torino. Devo presentarmi stasera alla mia sede per sbrigare le ultime formalità. Infatti fra 3 giorni realizzerò il mio sogno, partirò per l’Africa per insegnare ai bimbi a leggere e scrivere… e magari qualcosa in più…»
«Ma così, all’improvviso?» obiettò Gianni
«No, non all’improvviso, sono anni che mi preparo a questo, ma prima ho dovuto risolvere problemi personali, non potevo lasciare la mia famiglia in difficoltà. Sarei stata una pessima figlia se per seguire un mio desiderio avessi abbandonata mia madre, o messo in difficoltà i miei fratelli. Ora tutto è risolto sia economicamente che assistenzialmente e posso finalmente tornare padrona della mia vita con la coscienza tranquilla.
Una bomba non avrebbe fatto lo stesso effetto, credo. Ma quasi subito ci fu la reazione.
«Partiamo anche noi, ti accompagniamo», dissero quasi all’unisono .
«Ma perché Chiara», chiese quasi piangendo Francesco «sei bella, spiritosa, intelligente, saresti stata un’ottima madre, una moglie perfetta, senza andartene troppo lontana a pulire il naso a qualche moccioso.»
«Perché l’ideale era più alto, Francesco» ribatté lei con calma
«Forza, tutti a fare i bagagli!» tuonò la generalessa Franca «Vieni anche tu, Bruno?»
No, non l’avrei accompagnata a quel suicidio. Sarei rimasto qui a mangiarmi le mani, a rimuginare quello che avrei voluto dirle, ad incassare la delusione.
«No, Franca, visto che non sono ancora in forma, e non c’è urgenza preferisco fermarmi ancora qualche giorno e tornare con tranquillità»
In nano secondo rimasi solo con la mia delusione, la mia rabbia, la mia miseria morale. Non dimenticai gli ultimi doveri di padrone di casa. Feci preparare cestini da viaggio per pranzo e cena, assistetti al carico dei bagagli, cercando di godere degli ultimi istanti di visione di quell’angelo. All’ultimo momento, mentre tutti erano in procinto di salire, li bloccai per una foto di gruppo, il ricordo dell’ultima vacanza insieme. Ma feci in modo che si disponessero in modo tale da poterli eliminare per tenere solo lei, il mio sogno.
Quando fu il momento di salutarla dovetti fare uno sforzo immenso: L’abbracciai e le augurai di essere felice.
Lei sorrise dolcemente e poi aggiunse: «Bruno, io pregherò per te, perché tu riesca a tirar fuori il tuo vero io, quello che hai sempre voluto mascherare. E ricordati, anche i contadini e i salumieri possono amare Eschilo e Omero.»
Salì in macchina accanto a Franca e sparì per sempre dalla mia vita.

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Giovedì MOMENTO MAGICO

Ed invece mi avevano cercato e trovato, rannicchiato all’ombra protettiva della garitta, impaurito, tremante e frignante come un moccioso. Non serviva la palla di vetro per capire che sarei diventato lo zimbello del liceo classico Vittorio Alfieri di Torino, cosa da seppellirsi nelle profondità oceaniche e non riemergere mai più.
Mi raccontarono che Francesco e Chiara, non avendomi visto tornare dopo un tempo plausibile, avevano capito che mi ero spinto troppo lontano e non essendo un campione olimpionico (ma che carini!!!) ipotizzarono che non fossi più in grado di tornare, iniziando subito il recupero, coinvolgendo Gianni che aveva la mente logica. (secondo loro.)

Mentre, immobile come una mummia per evitare che i miei muscoli guizzassero come anguille, causandomi non pochi problemi, mi sforzavo di trovare un modo spiritoso per non naufragare sotto gli sfottò, Franca apparve sulla porta, con il dottor Marchi medico di famiglia, e vecchio amico di papà.
«Bene, vediamo cosa ha combinato stavolta il nostro eroe» ironizzò lisciandosi la barbetta candida come la neve, che gli dava un’aria mefistofelica «Invecchi, ma non maturi, vero, Bruno? Cosa volevi fare, allenarti per l’Olimpiade degli stupidi?» e mi sfotteva, mentre si preparava ad infilarmi un paio di aghi nel posteriore. Farfugliai qualcosa di assolutamente incomprensibile, i mugolii di dolore avevano la meglio sulle parole.
«Pensi che potrei tornare a Torino, domani? » – gemetti -«si dovrebbe tornare tutti, ma adesso…»
«Ti imbottisci di antidolorifici e puoi farcela, poi a casa, ci sarà qualche altro disgraziato collega che ti dirà il da farsi; qua o là non cambia molto, devi solo dare tempo al tuo fisico di rimettersi in moto. Certo , sarebbe preferibile si mettesse in moto la testa, ma sarebbe chiedere troppo. » E scrollando la testa, compilò una ricetta, mi fece ciao ciao con la mano e mi lasciò sempre più avvilito.
Avevo bisogno di vedere Chiara, mi avrebbe fatto molto più di quelle stupide iniezioni.
«Franca, dov’è Chiara? Me la chiami per favore?»
«Te la mando appena torna, Bruno»
«Torna?»
«Sì, è andata a Follonica, l’ha accompagnata Francesco. Doveva fare alcune telefonate e spedire o ritirare un pacco. Non credo tarderanno molto. Se non hai bisogno di altro, io scendo. Poi, se vuoi, quando tornano possiamo portarti giù, così stai in compagnia. Starai sicuramente meglio, dopo quei sedativi.»
«Vedremo…» e chiusi gli occhi fingendo di riposare.
Il mondo era tornato nero. L’idea che fosse Francesco a far da cavaliere mi scatenò una reazione allergica. Cercai di capire la portata del cambiamento dal mattino precedente, era stato veramente impressionante. Ma allora ero un duro di gorgonzola se bastavano poche parole per farmi fare la goccia, come il classico formaggio di cui ero ghiotto!?!
E cosa doveva fare Chiara alla posta? Un pacco? telefonate? Mi resi conto che di lei, anzi di loro, non conoscevo niente; nonostante fossimo colleghi da qualche annetto, non ero mai andato oltre i saluti in aula professori o lo scambio di opinioni sugli allievi nelle riunioni di consiglio.
Gianni apparve ad interrompere le mie meditazioni.
«Come va? – chiese usando un tono volutamente allegro.- vuoi scendere?»
Riflettei un attimo, prima di rispondere, mentre facevo i miei calcoli.
Volevo parlare con Chiara , parlarle del tumulto che avevo dentro e non avrei potuto farlo in mezzo agli altri. Meglio la solitudine della mia camera. Gianni aspettava una risposta.
«No grazie, Gianni, ma l’idea del dolore che mi costerebbe mi fa propendere per una giornata di solitudine.»
«Come vuoi, ma non ti lasciamo da solo. Adesso ti faccio un po’ di compagnia.» e così dicendo si sedette. Sarebbe stato inutile dirgli che sarei stato benissimo da solo, e da scortese specificare che l’unica compagnia che desideravo era quella di Chiara, così mi limitai a sorridere.
La conversazione non partiva… del resto avevamo ben poco da dirci. Fu lui a rompere il silenzio.
«Io non ti sono molto simpatico vero?»
Colto alla sprovvista tentai di replicare, ma mi precedette.
«E so che ritieni che non sia il tipo giusto per Franca…»
«Sì, qui hai indovinato. Non so perché, ma qualcosa mi dice che…»
«Che non sono alla sua altezza,lo so. Io sono un semplice professore di ginnastica e lei è laureata; tra l’altro lei è ricca e io un poveraccio.» Fece un cenno con la mano per interrompere il mio tentativo di replica.
«E tra noi non c’è neppure il grande amore. Ma siamo entrambi due naufraghi . Non ho il diritto di parlare per Franca, ma posso dirti di me. Sempre che la cosa ti interessi e non ti annoi, s’intende, altrimenti possiamo parlare di calcio.»
Non mi interessava , ma mi incuriosiva.
«Continua.» lo incitai.
«La solita storia di miseria, di genitori troppo impegnati a sopravvivere per potersi occupare di me, mi alzavo all’alba per andare nei boschi, a cercare legna, rubacchiavo, saltavo la scuola. E non te lo dico per giustificarmi. Poi un giorno il piccolo paesello fu scosso da un terremoto; la notizia che si sarebbe costruita una grande villa, e forse anche una azienda. Fu davvero un terremoto, cominciai a lavorare, e a mangiare regolarmente. Tutto il paese godette di un benessere incredibile .Quando tutto fu pronto, arrivò la famiglia, e vidi Franca per la prima volta, e mi parve bellissima, anche se, in realtà era convalescente . L’aria del paesello doveva ridarle la salute. Per qualche tempo la guardai da lontano, attraverso i cancelli, quando tornavo dal lavoro, poi vista la mia disponibilità, venni spostato alla villa, come tuttofare. Diventammo inseparabili, me ne innamorai, non sentivo la differenza sociale, né, per la verità i suoi genitori me la fecero pesare. Cercai di migliorare, di essere al suo livello, studiai, ma non riuscii ad andare oltre quello che sono. Certo, mi sarebbe piaciuto diventare un vero prof, ma bisogna riconoscere i propri limiti.»
Gianni si alzò, si avvicinò alla finestra, io non sapevo cosa dire. Per la seconda volta mi sentivo un verme.
«In questo senso hai ragione,- riprese – siamo molto diversi. E lei per me, prova un sentimento dolce, tenero, che riassume madre, fratello, amico. La passione c’è solo da parte mia, ma basta per due., credimi, io sono felice così. Ci tenevo a chiarire questo punto, e anche a scusarmi per qualche gesto poco corretto che ho avuto in questi giorni, ma non sono proprio un santo, ho un caratteraccio!!»
Cercavo di trovare le parole giuste, ma in quel momento arrivò Francesco con una faccia da funerale, e Gianni scusandosi mi lasciò solo con lui.
«È finita, è finita,» continuava a ripetere sconsolato Francesco, tormentando come sua abitudine, il lobo dell’orecchio sinistro.
«Cosa è finita? la vacanza? »
Cercai di scherzare, anche se in quegli occhi si leggeva la disperazione autentica.
«Chiara… le ho chiesto di sposarmi e mi ha risposto picche!. Eppure ero convinta che mi volesse bene, era così carina, così affettuosa… invece mi ha liquidato dicendomi che i suoi sentimenti erano solo di cameratismo, amicizia,. Mancava poco che ci aggiungesse materno, sarei esploso.».
Per poco non esplosi io in un alleluia! La mia gelosia era ingiustificata. Mors tua, vita mea! Chiara restava libera, e adesso non vedevo l’ora di parlarle, di dichiarami, e di metterle fine una volta per tutte a questa storia, che mi aveva travolto.
Ebbene sì, avevo fatto come i pifferi di montagna. volevo suonare e rimasi suonato, ma mai sensazione fu più dolce.
Mi scusai col desolato Francesco, dicendogli che le chiacchiere di Gianni mi avevano intontito, che non mi sentivo bene e volevo riposare. Invece volevo restare solo e pensare al modo migliore per accogliere Chiara e dirle che non volevo più vivere senza di lei.

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Dream ci ha lasciato

Dream, la Signora dei Sogni, che aveva aderito entusiasta a questo nostro giochetto non potrà più parteciparvi :cry:

Oggi 21 novembre ci ha lasciato per sempre e più soli.

 

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Lunedì: l’appostamento

Piazzale-Flaminio

Quella mattina, quando scesi dal trenino per andare in ufficio, ero dibattuto tra una certa euforia ed una grossa titubanza. Le mie lunghe gambe avevano una preoccupante tendenza ad accelerare il passo e contemporaneamente a rallentarlo. Per fortuna il percorso tra la stazione e l’ufficio era breve. Però era breve anche per sfortuna.
Vivevo due stati d’animo contrastanti. Da una parte mi eccitava l’idea di rientrare in un ufficio idealizzato dal sogno del sabato e ritrovarvi quindi le stesse emozioni; dall’altra invece la mia decisione di affrontare Chiara per definire tutta questa faccenda si scontrava col mio cuore piuttosto pavido in certe cose.
Normalmente, quando infilavo il portone di ingresso, affrontavo le scale che portavano all’ufficio, situato al primo piano, a due gradini alla volta. Non così quel giorno. In pratica i gradini li contai uno ad uno e quando arrivai al pianerottolo non avevo ancora stabilito una tregua tra le mie contrastanti sensazioni.
Dietro la porta udii un certo brusio, il che significava un sicuro affollamento mattutino nell’ingresso; c’era quindi la concreta possibilità che nella confusione non venissi troppo notato.
La scrivania di Chiara si trovava proprio di fronte alla porta; infatti era lei in genere che, in conseguenza di ciò, accoglieva per prima i visitatori. Ed era lei che alzava per prima la testa quando la porta si apriva, per vedere chi stava entrando. Quindi dovevo fare attenzione a non buttare subito gli occhi nella sua direzione per evitare di incrociare i suoi, cosa che mi avrebbe certamente messo a disagio; decisi di entrare rivolgendo invece lo sguardo verso Franca, la cui scrivania era spostata un po’ più indietro sulla destra.
Aprii lentamente la porta e tirai un sospiro di sollievo. Il piccolo atrio era in effetti affollato di gente appena arrivata che si stava soffermando a chiacchierare e a salutare.
Intravidi Franca al suo posto di lavoro, in piedi a braccia conserte, che parlava con Rossella ed Adriana e non fece caso al mio ingresso. Quando mi azzardai a lanciare un’occhiata verso Chiara vidi che era china presso uno scaffale a cercare qualcosa, seminascosta dalla scrivania, mentre un impaziente Chiodini la sovrastava in attesa che gli venisse consegnato quanto richiesto. Mi intrufolai in mezzo alle persone mormorando un sommesso “buongiorno” e con gli occhi bassi sgattaiolai a sinistra, lungo il corridoio in fondo al quale c’era il laboratorio. Quando passai forzatamente vicino alla postazione di Chiara le lanciai un’altro veloce sguardo con la coda dell’occhio, ma vidi solo i suoi capelli neri che le coprivano il viso e neppure lei mi notò.
Arrivato al mio posto di lavoro mi lasciai cadere subito sulla sedia senza nemmeno chiudere la porta. La giornata sembrava essere iniziata col piede giusto; ora avevo tutta la mattinata per prendere il controllo della mia emotività e cercare di comportarmi nel modo più naturale. Oltre naturalmente a studiare una adeguata strategia.

Siccome la notte porta consiglio, come si dice, io la notte l’avevo passata a rigirarmi inquieto nel letto. Più per la presenza ossessiva della espressione esaltata del poliziotto che per il problema di Chiara e dell’ufficio. Al Bar però, di fronte alla quotidiana pastarella fragrante del mattino, avevo avuto l’idea che considerai vincente: una pizza. Potevo portare Chiara in pizzeria una di queste sere e lì, di fronte ad una pizza calda ed una birra (nel suo caso mi immaginavo una coca cola), sarebbe stato più semplice parlare francamente di questa faccenda. La pizzeria era un po’ il mio regno visto che ci passavo praticamente tutte le sere. Mi sentivo come a casa mia senza l’impiccio di sguardi interessati e curiosi. Sì, si poteva fare.
In fondo non è che fosse un impegno così complesso da affrontare in giornata; dovevo solo cercare il modo di avvicinarla e invitarla a mangiare una pizza. Cosa c’era di più normale tra due giovani? Certo dovevo mostrare molto tatto per evitare che lei si facesse illusioni sulla causa di quell’invito. In ogni modo le illusioni sarebbero finite presto; prima di arrivare al conto le avrei già detto: “Mi dispiace, ma non si può fare”. Magari cercando di usare parole un po’ più adeguate.

Al contrario di quanto mi ero aspettato, essere rientrato in ufficio non mi aveva emozionato come nell’atmosfera del sogno. L’impatto con la banalità del reale mi aveva riportato coi piedi per terra. Tutto era come era sempre stato, grigio e noioso. Questo mi aveva deluso. Solo l’aver intravisto Chiara mi aveva un po’ agitato.
Giustificai la cosa pensando che in fondo era naturale, considerato che con Chiara dovevo pur confrontarmi prima della fine della giornata, ma ora, seduto alla mia scrivania, circondato dal mio mondo solito e solido, anche lei finì per apparirmi presto banale come tutti gli altri. Però questo confronto lo dovevo per forza fare e il pensiero mi infastidiva e mi rendeva già titubante.
Scrollai le spalle, probabilmente prima di sera la faccenda si sarebbe risolta da sola. Probabilmente tutta questa storia era una mia fantasia che avevo frainteso. Probabilmente Chiara se ne fregava del sottoscritto ed al mio invito per una pizza mi avrebbe semplicemente risposto di no. Punto.
A questa ipotesi piuttosto verosimile mi sentii sollevato. Niente beghe, niente lacrimucce fastidiose da consolare e soprattutto basta con le allusioni degli amici: “Chiara, dite?! Beh, con Chiara ci ho provato se proprio lo volete sapere, ma non sono il suo tipo. Quindi non rompetemi oltre”.
Così rinfrancato mi accinsi al mio lavoro quotidiano cominciando a mettere i campioni d’acqua nelle provette e a preparare e mettere in ordine i fogli per le trascrizioni dei risultati.
Chiara però, riflettevo, avrebbe anche potuto accettare. D’altronde accettare un invito per una pizza non significa mica essere per forza innamorati.
Questa era una possibilità che presentava una qualche complicazione in più. Se non facevo attenzione rischiavo una figuraccia storica.
“Sai Chiara, devi capire, io non sono innamorato di te”
E lei che mi risponde:
“Ma che stai a di’? Come ti è venuto in mente?”
Dovevo sondare il suo pensiero con estremo acume.
Glielo avrei detto indirettamente, certo! Avrei parlato per tutta la serata della ragazza (inesistente) che avevo a Ravenna, che amavo tanto e che presto ci saremmo sposati. A buon intenditor.
Nel frattempo il brusio all’ingresso era andato progressivamente calando e dopo un po’ cominciò il solito ticchettio delle macchine da scrivere delle due segretarie, mentre dalle altre stanze si sentivano solo provenire delle deboli voci soffocate.
Ogni tanto il telefono squillava in fondo al corridoio e sentivo la voce di Chiara rispondere (Franca lasciava a lei questa incombenza) e ogni volta avevo un piccolo sussulto, ma notai con dispetto che non era lo squillo del telefono a disturbarmi bensì la voce di lei. Mi alzai e andai a chiudere la porta e mentre tornavo al tavolo di lavoro mi diedi dello stupido. Era solo un invito ad una pizza, cavolo!

A metà mattinata non avevo ancora deciso una precisa strategia. Non potevo lasciar passare il tempo così, bisognava che mi impegnassi. Difficilmente lei si sarebbe presentata sulla porta del laboratorio a chiedermi se la portavo a mangiare una pizza quella sera.
Decisi di fare un’incursione alla postazione delle segretarie. Se mi diceva bene avrei trovato Chiara da sola; magari Franca era in amministrazione o in direzione. Era una cosa che capitava spesso.
Aprii con cautela la porta del laboratorio. Si sentiva in effetti una sola macchina da scrivere, ma non significava nulla. Il corridoio era deserto. Dietro la porta della sala disegni, sulla mia destra, si udiva la voce di Gianni che dava disposizioni e quasi contemporaneamente dal fondo del corridoio, dietro l’angolo dove stavano le segretarie, sentii parlottare. Erano tutte e due lì.
Tornai indietro, ma lasciai la porta aperta. Avrei aguzzato l’udito per tutto il giorno per captare il momento opportuno e appena avessi avuto sentore che Chiara era sola mi sarei buttato.
Le due segretarie, contrariamente a me, quel giorno lavoravano sodo. Una macchina da scrivere non si fermava mai, mentre l’altra ogni tanto si aggiungeva per breve tempo e poi cessava. Spesso le due ragazze parlottavano tra loro e ogni tanto si sentiva la risatina caratteristica di Chiara che la rendeva particolarmente simpatica a tutti, mentre quella di Franca invece era più gutturale.
Ad un certo punto si aggiunse una voce maschile, probabilmente Ratti dell’Amministrazione, e Franca dialogò un po’ con lui, poi una porta si chiuse e rimase solo il ticchettio regolare di una sola macchina da scrivere. Non si sentì più parlottare. Dieci a uno che Chiara era sola. Franca probabilmente era stata chiamata in Amministrazione.
Era un’occasione unica per me. Dovevo buttarmi. Però dovevo anche improvvisare una scusa per non sembrare che andavo da lei apposta. Doveva sembrare che ero lì per un altro motivo, avrei fatto un po’ lo spiritoso e avrei portato il discorso sulla pizza.
Afferrai al volo una matita e mi avviai deciso lungo il corridoio, in fondo al quale stavano nascoste alla mia vista le postazioni delle due segretarie.
Quando arrivai all’angolo mi si gelò il sangue. Chiara era intenta a battere una lettera copiandola da un foglio alla sua destra, perciò teneva la testa girata verso il lato opposto a dove ero io. Non mi vide e non mi sentì. In compenso mi vide benissimo Franca che invece mi trovai di fronte e che, intenta a leggere un foglio, alzò la testa a guardarmi.
“Pensavo non ci fossi oggi. Non ti abbiamo visto arrivare” disse.
Chiara, nel sentire la voce di Franca, girò la testa prima nella sua direzione e poi, seguendo il suo sguardo, tornò a girarla dall’altra parte e portò i suoi occhi su di me.
“Guarda chi c’è”, disse con un sorriso ironico.
Cercai velocemente di superare l’imbarazzo montante:
“C’era un po’ di movimento questa mattina ed eravate piuttosto impegnate.” Abbozzai. “Comunque io ho salutato.” aggiunsi con tono scherzosamente formale e portandomi una mano al petto, ma con voce insicura.
“In effetti oggi è una giornataccia” disse Chiara riprendendo a battere sui tasti. “Scusaci se non abbiamo risposto al tuo saluto.”
“La prossima volta urla” aggiunse Franca sorridendo. “Stiamo diventando un po’ sorde con queste maledette macchine sempre in movimento.”
“Avevi bisogno di qualcosa?” chiese poi.
Girando nervosamente la matita tra le mani quasi balbettai:
“Mi è caduta la matita sotto ad un mobile. Me ne servirebbe una nuova”
Chiara interruppe la battitura e si girò a fissarmi le mani.
“E quella cos’è? Un’astronave?”
Non so la faccia, ma sicuramente le orecchie mi avvamparono.
“No, dai, volevo dire che mi serve la gomma, … Che cavolo, mi è caduta la gomma, non la matita”.
“Anche stare sempre soli in laboratorio fa rincoglionire, come si vede, altro che le vostre macchine da scrivere.” aggiunsi a giustificazione, con una risatina forzata.
Chiara fece una piccola smorfia che le evidenziò una fossetta sulla guancia sinistra, mentre si chinava ad allungare una mano sotto la scrivania per prendere quanto richiesto, mentre Franca commentava:
“Se ti senti solo vienici a trovare più spesso. Anche noi ci sentiamo tanto sole a volte. Soprattutto Chiara soffre di solitudine. Vero?”
Le orecchie mi si infuocarono. Chiara non replicò e si limitò ad appoggiare la gomma sul piano della scrivania tornando subito al suo lavoro. Forse anche le sue orecchie, che sbirciavano di tra i capelli lisci,  erano diventate rosse?
“Terrò presente. Grazie.” dissi con un sorriso striminzito prendendo la gomma.
Dondolai un attimo tra una gamba e l’altra e, visto che nessuna delle due ormai mi degnava più, mi girai verso il corridoio e tornai mogio da dove ero venuto, mentre alle mie spalle sentii la voce di Franca che mugugnava qualcosa. Sicuramente stava commentando le mie di orecchie rosse.

Arrivato in laboratorio scagliai con rabbia la gomma contro il muro e dovetti anche abbassare la testa perché nel rimbalzo stava per colpirmi in faccia.
Ecco fatto, la mia strategia era già andata a puttane. Decisi che per quel giorno avrei fatto meglio a rinunciare. L’avrei invitata in un’altra occasione, quel giorno non ero in forma. Ero troppo nervoso. Quanta fatica per una pizza.
Mi tuffai completamente nel lavoro e riuscii per un po’ a non pensare più al problema.

Verso mezzogiorno mi tornò l’angoscia. Dovevo decidere come comportarmi nella pausa pranzo. Andare con loro al ristorante o farmi come sempre un panino? Entrambe le ipotesi avevano i pro e i contro.
Andare a pranzo con loro sarebbe apparso casuale senza destare troppe attenzioni, ma sarebbe apparso anche un evento abbastanza straordinario, come straordinaria era già stata la mia impacciata comparsa a metà mattinata. E due straordinarietà potevano incuriosire qualcuno; Franca in particolare. Inoltre c’erano troppi occhi ad osservare un mio approccio a Chiara.
D’altra parte il non andare avrebbe poi reso ancora più straordinaria qualunque eventuale iniziativa avessi preso nel corso del resto della giornata se lei e gli altri non cominciavano in qualche modo ad abituarsi ad una mia presenza più assidua.
In ogni modo la decisione era comunque nelle mani del caso; in qualunque momento mi fossi presentato all’uscita di pranzo la possibilità che venissi invitato ad aggregarmi era pari a quella che nessuno mi degnasse. A meno che Franca non avesse già subodorato qualcosa.
Quella ragazza cominciava ad intimorirmi e mi si insinuava il timore di mostrarmi più impacciato con lei che con l’altra.
La decisione la presi io. All’intervallo di pranzo aspettai che tutti fossero usciti e il silenzio calasse nell’azienda e poi mi affacciai nel corridoio per correre velocemente alla porta. Mi fiondai inosservato a Piazzale Flaminio, dove comprai un panino e una birra, e tornai in tutta fretta in laboratorio a consumare lì il mio pasto. Se qualcuno mi avesse chiesto qualcosa al proposito potevo sempre trovare la scusa di un lavoro urgente o un’analisi che non potevo interrompere. Se fossi restato fuori come al solito a leggere il giornale avevo paura di trovarmi coinvolto nel gruppo quando fosse rientrato dal ristorante. Non ero ancora pronto.
Chiuso lì dentro elaborai la mia nuova strategia per il resto della giornata: evitare di farmi vedere.
Sarei invece uscito all’orario di chiusura prima delle segretarie e poi avrei intercettato Chiara per strada come se mi fossi trovato a passare per caso. La mattinata a quel punto sarebbe stata ormai un vago ricordo, il mio atteggiamento sarebbe tornato il solito e un incontro casuale per strada non avrebbe destato nessuna attenzione, anche se non era mai successo prima.

Il pomeriggio lo passai quindi a recuperare il lavoro che non avevo svolto durante la mattina, anche grazie al fatto che avevo chiuso la porta del laboratorio e acceso come al solito il mio mangiacassette per evitare distrazioni e pensieri inutili.
L’agitazione mi riprese invece quando cominciò a farsi ora di uscire. Io non ero legato rigidamente all’orario di ufficio. Ero pur sempre un tecnico di campagna, e avevo quindi una certa flessibilità rispetto allo staff. Così se uscivo prima o dopo gli altri non era una cosa inconsueta. Il problema per me era passare davanti a Chiara e comportarmi normalmente. Il fatto poi di rendermi conto solo in quel momento che la mia totale scomparsa, dopo l’episodio della gomma, fosse ben lungi dal sembrare normale non mi aiutava di sicuro.
Presi la mia borsa e mi infilai deciso lungo il corridoio. Con le segretarie c’era anche Gianni in attesa di uscire. In genere Gianni era una persona che mi incuteva un po’ di soggezione, ma in quel momento fui contento di non essere solo. Invece di andare subito verso la porta mi diressi platealmente alla scrivania di Chiara e dissi uno stentoreo “Buonaseeraa! Prendete nota che io vi ho salutato.”
Le due ragazze si inchinarono leggermente e quasi all’unisono risposero con un altrettanto stentoreo “Buonaseeraa!!”.
Solo Gianni non rispose al saluto e mi guardò perplesso mentre mi chiudevo la porta alle spalle.

Uscii in strada e svoltai quasi di slancio l’angolo con la via Flaminia. Onestamente non avevo idea di dove poter andare ad aspettare l’uscita di Chiara. Così camminai fino al piazzale e poi iniziai a fare su e giù, tenendo d’occhio l’angolo dell’edificio da dove gli impiegati sarebbero sbucati, chiedendomi contemporaneamente chi me lo stesse facendo fare.
Ero comunque fiducioso, la presenza di Gianni significava forse che avrebbe portato via Franca prima del solito e che quindi Chiara sarebbe uscita da sola. Una situazione ottimale che non mi sarei lasciato sfuggire.
Quando, dopo aver guardato diverse volte l’orologio, ritenni che il momento della probabile uscita fosse giunto, mi incamminai lentamente di nuovo verso l’edificio per far sembrare proprio casuale l’incontro. Però da quella parte non arrivava nessuno nonostante rallentassi sempre più il passo, tanto che alla fine giunsi a svoltare lo stesso angolo che avevo già svoltato al contrario qualche minuto prima. Mi ritrovai così di fronte al portone chiuso senza sapere cosa fare.
Ad un certo momento sentii all’interno un vociare caotico e numerosi passi che scendevano le scale. Scappai precipitosamente verso via Flaminia e la attraversai velocemente facendo slalom tra le macchine bloccate dal traffico del rientro serale, girandomi poi a vedere chi stava uscendo dall’ufficio. Tutti. Stavano uscendo tutti insieme. Franca, Gianni, Rossella, Adriana, Ratti, tutto lo staff si riversò in strada ridendo e ciarlando. Con Chiara là in mezzo. Irraggiungibile per quella sera.
Puntarono dritto alla fermata degli autobus di Piazzale Flaminio e non mi notarono dall’altra parte della strada. Li seguii con lo sguardo nella flebile speranza che Chiara ad un certo punto rimanesse sola ad aspettare il suo bus. Cosa che non avvenne. Chiara dopo un po’ non era più nel piazzale, come non c’erano più gli altri.
Allora anch’io mi incamminai verso il piazzale, ma quando lo raggiunsi svoltai a sinistra per dirigermi alla stazione del trenino che mi avrebbe portato a Labaro. La pizza quella sera l’avrei mangiata da solo, come tutte le altre sere.

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mercoledì SULLA VIA DI DAMASCO

Mentre sorseggio il primo caffè della giornata mi chiedo quale sarà l’atmosfera oggi. Non riesco a scrollarmi di dosso la tensione, gli imbarazzanti silenzi di ieri, anche se poi, verso sera, il barometro degli umori sembrava fosse risalito di qualche grado. Se le cose non cambiano, si torna tutti a Torino, e non credo che ci saranno obiezioni. E anche se ce ne fossero, io sono l’anfitrione, io li ho invitati e io posso anche decidere di annullare tutto. E ricorderò la lezione prossimamente, anche se spero di non trovarmi più impegolato in storie di femmine. Sono un single io, io single convinto, maremma becera!
Ma uno squillante – «Ciao Bruno», – mi fa sobbalzare. Non l’avevo sentita arrivare, Chiara, che,  allegra sorridente e disinvolta si siede e si versa un caffè.
«Come siamo di buon umore, stamattina, quale novità mi porti?» e ricambio il suo luminoso sorriso che mi mette di buonumore..
«Beh, io e Francesco abbiamo fatto un miracolo, Gianni e Franca si sono rappacificati!»
«San Francesco e Santa Chiara, ottimo binomio. Anche se il miracolo vero sarebbe stata la fine di questo rapporto così assurdo.»
«Non dovresti  giudicarli, li conosci appena! Nessuno può sapere cosa c’è realmente in un rapporto, non solo non è giusto, ma soprattutto è opinabile… In ogni storia c’è un nucleo segreto, che conoscono i due interessati soltanto, e che può apparire inconcepibile dall’esterno!» osserva pacata.
Non mi lascio fuorviare dal tono apparentemente calmo, anzi, volutamente, vi leggo  supponenza e presunzione.  Ma chi si crede di essere la piccola vipera?
«Sempre secondo il mio metro opinabile», ribatto «tu hai sbagliato professione, cara collega, avresti dovuto fare l’avvocato invece di insegnare letteratura inglese!!!» e le sorrido a denti stretti, mentre torna a galla e mi prende alla gola come una cravatta troppo stretta fino a strozzarmi, tutto il vecchio risentimento che in questi quattro giorni si era trasformato in quasi simpatia.
Termino la colazione e prendendo atto che la giornata mi è già andata di traverso, mi tuffo nel giornale, ignorando il suo sguardo perplesso.
Glu.. Glu… Glu… che succede? ah ecco hanno fatto la loro apparizione, mano nella mano, i piccioncini tubanti e contenti, e la viperetta si precipita ad abbracciarli!  Anche Francesco partecipa alla festa, ma per me l’aria è diventata irrespirabile, dolciastra come la melassa, mi sa che se rimango seduto lì, rischio una crisi glicemica. No, non sopporto le moine, le smancerie, questa scenetta da telenovelas, sono un serio professore, io, non una casalinga frustrata! Ma dovere vuole che partecipi alla festa e faccia anch’io gli auguri e le felicitazioni per un rapporto incollato.. E allora via, facciamoli  ‘sti complimenti….
«Bene bene», ironizzo «sono felice che tutto sia tornato nella norma… Siete fortunati ad avere come amici due santi… avere protettori in paradiso non guasta mai… Poi, – come dice la Chiaretta,- avete un vostro nucleo segreto, vi auguro che diventi sempre più forte! e che resti anche sempre invisibile…»
I tre si scambiano un’occhiata,  il loro sguardo perplesso si ferma un istante di troppo su di me, mi guardano come si guarda un cretino – sicuramente lo sono, o per lo meno lo sembro – ma in questo momento non me ne può fregare di meno.
«Vado a fare una nuotata, ho bisogno di sgranchirmi le gambe», annuncio, e mi avvio verso la pineta, dove cerco di sfogare l’irritazione prendendo a calci le pigne che hanno la sventura di trovarsi sul mio cammino, ma non mi calmo, sento anzi la rabbia crescere e travolgermi come un’onda decumana. Sono ancora lontano dalla spiaggia,  quando uno scalpiccio, e guizzo di rosso al termine della scalinata,  mi segnala che qualcuno sta arrivando. Chiara? ricordo che aveva un gonnellino di quel colore, per amor del cielo che non mi venga a cercare…la rabbia è ai massimi livelli, potrei strozzarla. È proprio lei purtroppo, e subito dietro l’altro tritacionfoli, che deve aver chiamato in aiuto. Mi irrigidisco e trattengo il respiro, mentre calcolo come evitarli, ma non vedo vie di fuga e rimango immobile, appiattito contro un pino.
Si avvicinano e iniziano ad arrivarmi nitide, le loro voci.
«Dai, non preoccuparti, cosa vuoi che gli sia successo? Mica si sarà buttato a mare, per una sciocchezza simile, anche se è un po’ ombroso! È logico che non abbia voglia di vederti adesso, ti sei permessa di contraddire Sua Altezza, dagli tempo. Tu non farti vedere, vado a parlargli io»,  la tranquillizza  con un tono paternalistico-protettivo che mi dà il voltastomaco.
No, cocco bello, tu non mi parli proprio, primo perché non c’è  niente da dire, secondo perché anche per te, il tempo è tornato indietro , ora è tutto come quando siete arrivati, brutti antipatici.
«Mi dispiace tantissimo», – frigna la vipera,- «non intendevo offenderlo,  volevo solo…»
«Sì, lo so, ma lo sai come è fatto.. Ombroso, suscettibile, si sente un padreterno e non accetta opinioni diverse dalle sue.  Lo sapevi che i suoi alunni lo chiamano ACETO…?»
«No», e ripete «ACETO…però è proprio azzeccato, come soprannome. Sono terribili a volte, i ragazzi, terribili e ironici… » e intuisco che sorride facendomi salire ancora di più il livore..
Dopo una breve pausa prosegue:
«Cosa vuoi che ti dica, Francesco? Ad essere sincera, mi fa tanta tenerezza.»
«Tenerezza? »
«Potrei dire pietà, ma non è il termine esatto. Mi fa pena, no, neppure, lo compiango, o meglio lo comprendo.  Lo comprendo. Ecco la parola esatta. Comprensione. Dovrei dire comprensione, ma sarebbe sgrammaticato, anche per una prof di inglese.. e poi, te lo immagini, se venisse a sapere che ho detto mi fa comprensione? capace di rifilarmi un bello zero tondo tondo su tutto il costume…»
Francesco scoppia in una sonora risata, anche se io non ci trovo proprio niente da ridere, ma lei non gli fa eco. «Non sprecare termini per lui, non ne vale la pena, e neppure …sentimenti» insiste Francesco
Chiara si ferma, si appoggia ad un albero, quasi per riordinare i pensieri e poi dopo una lunga pausa prosegue.
«In realtà, vedi,  fa lo spavaldo, il gradasso, ma non è che un misero  tentativo di nascondere il  disagio , deve avere avuto un’infanzia infelice e solitaria, nonostante i suoi soldi, poverino».
«Poverino? con tutti quei soldi, con una villa così? Poverino sono io che ho sofferto la fame, il freddo, che ho camminato nelle pozzanghere con le scarpe buche per potermi laureare,».
«È stato così anche per me, non credere. Vengo da una famiglia di contadini..»
«Poverino…Ma quando mai?» Evidentemente al bel Francesco tutta questa comprensione non va giù e insiste:
«Tu credi? Io invece penso che dipenda dalla classica prosopopea dei ricchi, di quelli che hanno tutto dalla vita, che non debbono sudare per guadagnare qualcosa… Magari gli hanno comperato anche la laurea…»
«Adesso sei tu, il maligno.. No, sa il fatto suo nella professione,  io sono certa che gli è mancato invece il calore di una famiglia. Purtroppo sono casi frequenti in famiglie dove il tenore di vita consente una vita di divertimenti che i bambini limitano, perciò vengono abbandonati alle cure di tate ed istitutrici… »
Perché, invece di irritarmi, questa diagnosi da psicoterapeuta da strapazzo, mi porta i ricordi del passato?
Eccola la rigida, segaligna istitutrice inglese, Miss Ketty. Era lei che mi svegliava al mattino, mi accompagnava in ogni ora della giornata, mi propinava noiose, rigide regole di saper vivere, controllava i miei giochi,  scacchi, dama, scarabeo, tutti giochi per sviluppare l’intelletto, diceva. Mai una corsa nel parco, mi sarei ammalato, sudando, mai un calcio ad un pallone, e perfino il tennis era pericoloso  per la mia salute… Era lei che mi costringeva a  passare interminabili ore  in biblioteca su libri astrusi e lontani dal mio mondo infantile, (ricordo una severa punizione, il giorno che scoprì che invece di leggere Darwin come mi aveva assegnato, ero riuscito ad impossessarmi di un libro di Salgari) stabiliva le punizioni per un compito mal fatto, mi negava i privilegi di essere un bambino allegro e spensierato. Era sempre lei che mi accompagnava a letto alla sera, senza mai sgarrare di un minuto sulla tabella di marcia di giornate assurdamente uguali nella loro monotonia.
Per non parlare di un padre, sempre lontano per lavoro, o per seguire chissà quali avventure,  di una madre che non aveva mai tempo per me, impegnata in serate mondane, in vacanze con amici, in lunghe crociere su navi di lusso, nei paesi più esotici e lontani, dalle quali tornava senza mai portarmi neppure un piccolo ricordo, una madre che non mi baciava mai per non rovinare il trucco…
E delle lunghe notti in lacrime, nella mia cameretta, stringendo un cuscino, per illudermi che fosse il suo abbraccio.
Un nodo si scioglie, corro verso la spiaggia, mi butto in mare e nuoto, nuoto, nuoto, fino all’esaurimento.
E non so se quel sapore di sale che sento sulle labbra è acqua di mare o lacrime, ma so di piangere, di vergognarmi di questo mio essere, di quello che sono stato, delle cattiverie gratuite che ho inflitto agli altri, quasi che far soffrire, far pagare ad innocenti il mio dolore  potesse placarmi o compensarmi.
“Ma lo hai fatto inconsapevolmente” tenta di difendersi il solito Bruno ..
Ma non attacca; mi rendo conto adesso, che quando affermavo che per affettare il salame non serviva conoscere il greco e il latino, ero mosso dall’invidia per quei genitori affettuosi e partecipi che avrei voluto e che non ho avuto…
Mi accorgo improvvisamente di essere arrivato al confine della mia proprietà; mi lascio cadere sfinito sulla sabbia. il confine è ora segnato da una pesante rete metallica, perché il nuovo proprietario ha deciso di stabilire inequivocabilmente il possesso, e questo mi ricorda la garitta, mio rifugio segreto, dove  mi rifugiavo  da bambino per sfuggire ai castighi dopo qualche marachella o le numerose disubbidienze alla Miss, ma anche per stare tranquillo e sognare, quando qualcosa non andava per il verso giusto.
La garitta… sorrido al ricordo. Un pino, un vecchio albero colpito da un fulmine, che aveva creato un’apertura abbastanza larga per permettermi di entrarci. Una strana planimetria aveva fatto sì che si trovasse per metà sul confine e quando fu il momento della divisione e si decise di abbatterlo, io ebbi una reazione disperata  di pianti, urla strazianti, quasi mi strappassero un pezzo di anima. Fu l’unica volta che mio padre mi scompigliò i capelli, in un gesto affettuoso, e propose al fratello, l’acquisto di quella striscia per permettermi di mantenere il mio rifugio.
E adesso, più che mai ho bisogno  di un rifugio….la mia garitta sarà Chiara. Voglio guardarla negli occhi , parlarle, sento di non poter più fare a meno di lei, adesso che ho scoperto che è sensibile e generosa, che ha saputo vedere oltre la mia arroganza e mettermi a nudo. Mi sento come se avessi ricevuto una botta in testa… Sì, sono caduto dal cavallo della mia superbia, folgorato sulla via di Damasco, da una donna che avevo sempre considerata meno di zero, che avevo sempre guardata con insolente fastidio. Devo parlarle immediatamente, chiederle scusa, pregarla di non abbandonarmi solo con i fantasmi del vecchio Bruno.
Però scopro con angoscia  che le forze sono esaurite, che sono lontano dalla villa quattro km,  che nessuno sa dove sono, che non ho modo di comunicare, ma soprattutto che non so come tornare. Impossibile pensare di rifare a nuoto i 4 km, impossibile portarmi sulla statale, in costume da bagno e scalzo, e per lo stesso motivo impossibile camminare attraversando la pineta. Sono preda di una crisi di panico, mi vedo già morire di fame, di freddo, abbandonato… Sicuramente nessuno verrà a cercarmi fin qua, nessuno sentirà la mia mancanza, la mancanza di un cafone maleducato… Magari si accorgeranno della mia assenza solo a tarda sera…sono disperato, esausto e affamato e il mondo è nero pece, come si conviene a chi nella sua vita ha fatto solo del male…
La mia megalomania resiste anche agli attacchi di panico.
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